La Federal Reserve ha alzato i tassi mercoledì scorso, lasciando intendere che la mossa avvicina più in fretta l’inflazione americana all’obiettivo del 2%. Il dollaro ne ha beneficiato su quasi tutte le valute: il Dollar Index è arrivato a circa 100,3 punti, sui massimi da fine luglio, mentre l’euro è sceso vicino a 1,147 dollari.

Il cambio dollaro-yen è quello che si è mosso di più. Ieri il biglietto verde è arrivato fino a 156,1 yen, per poi scendere nel pomeriggio a 155,62: tre sedute consecutive di calo per lo yen portano il cambio a ridosso della fascia tra 156 e 158 yen per dollaro, la soglia che i trader considerano il punto in cui Tokyo potrebbe tornare a intervenire sul mercato valutario.

Oggi la Bank of Japan chiude la riunione di politica monetaria iniziata mercoledì e comunica la propria decisione sui tassi. Gli operatori danno per scontato un aumento di un quarto di punto, che porterebbe il costo del denaro all’1,25% dall’1% attuale: una piattaforma di previsione sui tassi, centralbank.watch, stimava al 16 settembre una probabilità del 63% per questo scenario, un numero comunque da leggere con cautela.

Un rialzo già scontato dai mercati lascia però poco spazio al governatore Kazuo Ueda per sorprendere davvero gli investitori. Nel frattempo la Fed ha segnalato la possibilità di altre strette nel 2026. Il differenziale tra i tassi americani e quelli giapponesi torna ad allargarsi, e questo continua a sostenere il dollaro anche quando la banca centrale giapponese muove nella direzione opposta.

Nel corso del 2026 la valuta giapponese aveva già toccato più volte livelli ritenuti a rischio intervento, non solo in questa occasione. Il ministero giapponese delle Finanze ha reso noto il 3 agosto, in una nota firmata dalla ministra Satsuki Katayama, che il 31 luglio era intervenuto sul mercato comprando yen assieme al Tesoro americano per arginare quelli che ha definito movimenti disordinati della divisa giapponese, come previsto dall’accordo bilaterale sui cambi firmato dai due paesi nel settembre 2025.

OMFIF ha pubblicato una propria ricostruzione della vicenda, definendo esplicitamente le sue cifre come dati non ufficiali: il cambio sarebbe sceso, grazie a quell’intervento, da quota 164 fino a un livello vicino ai 155 yen per dollaro. Le risorse impiegate avrebbero pesato per circa 75 miliardi di dollari sul lato giapponese e tra 5 e 10 miliardi su quello americano. Il governo giapponese ha anche fatto sapere di voler finanziare eventuali nuovi interventi attingendo alla linea di liquidità della Fed in dollari, la cosiddetta FIMA Repo Facility, così da non dover vendere titoli di stato americani per procurarsi valuta.

Per chi ha risparmi o investimenti legati allo yen, o sta pianificando un viaggio in Giappone, il dato da seguire nei prossimi giorni non è tanto la decisione della BoJ quanto il tono con cui viene spiegata: se apparirà troppo prudente, il cambio rischia di riavvicinarsi a quella fascia tra 156 e 158 che ad agosto aveva già spinto Tokyo a intervenire.

Dati e ricostruzione riportati da Money.it in un articolo pubblicato giovedì 17 settembre 2026.