Lunedì il differenziale tra BTP e Bund si è mosso in ribasso, passando dagli oltre 91 punti della chiusura di venerdì fino a quota 88. Il decennale italiano rende ora il 4,36%, tre decimi sotto il livello di venerdì, mentre quello tedesco naviga poco sopra il 3,47%.
Il movimento dice più cose sulla Germania che sull’Italia. Gli investitori hanno spostato liquidità verso i Bund, considerati ancora il riparo più solido tra le grandi economie del continente, e questo ha compresso il divario più di quanto abbiano fatto i BTP. Un confronto aiuta a leggerlo: Parigi paga il 4,51% sul suo decennale, 103 punti sopra Berlino, e Madrid il 3,95%, appena 47 punti di distanza. Su questa scala, Roma non è più il paese sotto osservazione.
L’evento che i mercati obbligazionari aspettano davvero cade oggi, con la pubblicazione da parte dell’Istat dei conti pubblici aggiornati e della revisione sul deficit dell’anno scorso. Il numero comunicato a Eurostat lo scorso 22 aprile parlava di un disavanzo pubblico al 3,1% del prodotto interno lordo, in miglioramento rispetto al 3,4% dell’anno precedente, con un debito pubblico che aveva raggiunto quota 137,1% del prodotto interno lordo. Un solo decimale separava quel 3,1% dal tetto previsto dai trattati dell’Unione, ed è bastato a far restare l’Italia, dal 3 giugno scorso, sotto la procedura Ue per i conti pubblici in disavanzo eccessivo, seppure senza sanzioni e con un riconoscimento esplicito degli sforzi fatti.
Il governo punta a chiudere proprio quella distanza. A margine dell’incontro dei ministri economici europei a Dublino, il titolare del Tesoro Giancarlo Giorgetti si è detto «speranzoso» sull’esito della revisione, ricordando però che la decisione spetta all’istituto di statistica e non al governo (fonte: Adnkronos). È una distinzione che conta: nessun esecutivo può cambiare un numero certificato per via politica.
I riflettori sul debito pubblico italiano restano accesi anche per un altro motivo: la stessa settimana porta tre collocamenti del Tesoro, con i buoni a breve scadenza e quelli indicizzati all’inflazione europea mercoledì, i BOT giovedì, e un’emissione a scadenza più lunga fissata per il 29 settembre.
Se il dato di oggi scendesse davvero sotto il 3%, il debito pubblico continuerebbe comunque a viaggiare oltre il 137% del prodotto interno lordo: la traiettoria di lungo periodo non cambia per un decimale. Cambierebbe però la narrativa: agli scettici sui BTP resterebbe un argomento in meno, e Roma avrebbe una posizione più solida quando dovrà discutere con Bruxelles la prossima legge di bilancio. Vale però anche la lettura opposta. Una differenza così contenuta fra il 3,1% e il tetto del 3% rientra nell’ordinaria oscillazione statistica: non c’è certezza che la correzione arrivi, né di quanto sarebbe. E anche con un disavanzo tornato sotto quota tre, l’uscita dalla procedura non scatterebbe da sola: servirebbe una valutazione successiva della Commissione, su cui in passato Bruxelles e i governi non sempre hanno letto gli stessi tempi.
Per chi possiede BTP, o valuta se comprarne alle prossime aste, conta più la reazione di prezzi e rendimenti al numero pubblicato oggi che il livello con cui la settimana si era aperta: quest’ultimo raccontava soprattutto la Germania, non l’Italia.
Dati ed elementi ripresi da un’analisi pubblicata da Money.it il 21 settembre 2026.