Nei 428 accordi aziendali firmati nel 2025 e passati al setaccio dal nono rapporto Adapt-Intesa Sanpaolo, la misura di welfare più frequente è la flessibilità per conciliare vita e lavoro: compare nel 41,1% delle intese. L’assistenza ai familiari, per esempio ai genitori anziani, si ferma al 5,9%. I dati sono stati anticipati da Il Sole 24 Ore, in vista della presentazione di Milano del 27 ottobre.

Il welfare nei contratti c’è, ma è poco organizzato. Gli accordi con almeno una norma sul tema sono 253 su 428, il 59,1%. Di questi, 219 contengono misure precise che l’indicatore costruito da Adapt con Intesa Sanpaolo riesce a valutare, per 718 prestazioni in tutto.

Il livello di integrazione è basso. Tra gli accordi valutabili, il 51,1% ha un welfare senza struttura, il 13,2% uno minimale. Il 15,1% arriva a un livello sviluppato o articolato, e appena il 10% tocca il gradino più alto, quello integrato.

La frammentazione si vede anche nei contenuti. Nel 63,5% delle intese le misure restano dentro una sola delle tre aree considerate: occupazionale (credito welfare, buoni acquisto), aziendale (mensa, trasporto, formazione) e della persona (salute, previdenza, cura). Appena il 17,4% le tocca tutte e tre.

Dopo la flessibilità, la classifica premia altre voci. Il 36,5% degli accordi prevede previdenza complementare e il 29,2% mensa e buoni pasto. Seguono permessi con il 28,8%, credito welfare con il 28,3%, sanità integrativa con il 26,9% e congedi e aspettative con il 26,5%.

Il quadro pesa perché il welfare dovrebbe aiutare a recuperare reddito reale. Secondo l’Istat, il potere d’acquisto dei lavoratori ha perso lo 0,9% nel secondo trimestre rispetto al precedente. Un sistema a macchia di leopardo, però, protegge solo chi lavora nel posto giusto.

Francesco Seghezzi, che presiede Adapt, sostiene che la diffusione non basta: avere il welfare in azienda non significa rispondere ai bisogni delle persone. Quei bisogni vanno dalla conciliazione all’assistenza ai familiari e arrivano alla casa, con le difficoltà abitative.

Il rapporto arriva a dieci anni dalla manovra del 2016, che ha potenziato gli sgravi su tasse e contributi. Quegli sgravi hanno spinto la diffusione. Restano però deboli le piccole imprese e i settori con rapporti di lavoro discontinui, mentre il welfare è più radicato nelle grandi aziende. Il rischio indicato è che il divario tra aziende, comparti e territori si allarghi invece di ridursi.

Una cautela sui numeri. Gli autori precisano che il campione non è statisticamente rappresentativo dell’intera contrattazione aziendale, anche se copre settori e dimensioni diverse. Il dato sulle circa 6.000 aziende clienti seguite tramite Welfare Hub, la piattaforma online del gruppo, arriva da Intesa Sanpaolo, che del rapporto è partner.

Chi ha un accordo aziendale può controllare quante delle tre aree copre. Il rapporto completo, presentato a Milano il 27 ottobre, offrirà il metro di confronto.

Dati del nono rapporto Adapt-Intesa Sanpaolo, anticipati da Il Sole 24 Ore il 20 ottobre 2026.