Electrolux ha chiuso un accordo con il Governo sul futuro dei suoi stabilimenti italiani. Il negoziato è durato 30 ore e ha coinvolto anche i sindacati. Gli esuberi scendono da 1.719 a un massimo di 902, e le uscite saranno solo volontarie e incentivate.
A dare la notizia è stato mercoledì 4 novembre il dicastero delle Imprese, come riporta QuiFinanza. Nella nota ufficiale si parla di un obiettivo raggiunto: tutelare chi lavora e salvare ogni sito produttivo del gruppo nel Paese. Gli investimenti superano quota 100 milioni, e la produzione dovrebbe toccare quota 3,2 milioni di pezzi l’anno.
Il passaggio chiave è il ritiro dei licenziamenti. Un mese fa l’azienda aveva rinunciato al piano che prevedeva oltre 1.700 tagli, dopo la pressione dell’esecutivo. Ora al posto dei licenziamenti ci sono incentivi all’uscita, sostenuti dagli ammortizzatori sociali. Il Governo dovrà scegliere quali strumenti usare e accompagnare chi lascia con corsi di formazione e riqualificazione.
Per capire la portata del taglio basta un confronto. Con il piano ritirato gli esuberi erano 1.719, ora il tetto è 902: i posti da gestire calano di quasi la metà. Il numero resta alto per un gruppo con pochi siti, e la differenza la fa il metodo, perché nessuno viene più mandato via d’ufficio. Chi decide di uscire riceve un incentivo e il sostegno pubblico, chi resta ha una promessa di produzione.
Il rischio che aveva allarmato Roma era la delocalizzazione. Il ministro Luca Ciriani l’aveva definita inaccettabile, insieme all’ipotesi di una cessione delle attività. L’intesa tiene la produzione in Italia, almeno nelle intenzioni dichiarate.
Sul piano industriale, la distribuzione dei carichi è la seguente. A Porcia si allarga la gamma di prodotti e si rafforzano lavatrici e lavasciuga. Per Susegana, Solaro e Forlì sono confermati sia gli investimenti sia le prospettive produttive.
Il caso più delicato resta Cerreto d’Esi. Lì la produzione continua con volumi uguali a quelli degli ultimi anni, finché non si trova una soluzione di reindustrializzazione. In ballo ci sono 149 lavoratori, e il nodo è proprio il tempo: senza una data, il mantenimento dei volumi è una garanzia a scadenza indefinita.
C’è anche un limite di cui tenere conto. I dati arrivano dalla comunicazione del ministero, non da un documento firmato reso pubblico. Non risulta chiaro quanti dei 902 posti saranno davvero coperti da uscite volontarie, né quanto costerà agli ammortizzatori sociali la gestione degli esuberi. Se le adesioni fossero insufficienti, resterebbe da capire cosa succede ai posti rimanenti.
Per chi lavora negli stabilimenti coinvolti, il primo banco di prova sarà Cerreto d’Esi. La prossima scadenza da seguire è l’individuazione del progetto di reindustrializzazione per quei 149 addetti.
Secondo QuiFinanza, che riprende la nota del dicastero delle Imprese, l’intesa è stata annunciata mercoledì 4 novembre 2026.