Kevin Warsh, ora al vertice della Federal Reserve, ha detto nella conferenza stampa dopo la riunione del FOMC di settembre 2026 che fatica a definire restrittive le condizioni finanziarie del momento. Lo ha dichiarato pur avendo appena guidato, con un voto compatto del comitato, il rialzo del costo del denaro verso la fascia 3,75-4,00%.
Chi ha seguito la sua carriera riconosce lo schema. Da giovane governatore, nel 2007, Warsh tenne tre interventi, uno a marzo, uno a giugno e uno a settembre, che oggi leggono quasi come pagine profetiche. Descrisse la liquidità come una questione di fiducia più che di numeri, avvertì che i bond societari venivano prezzati per un futuro privo di ostacoli, e scrisse che un eccesso di liquidità nel sistema finisce per distorcere l’allocazione del capitale fino al riaggiustamento successivo. Poche settimane dopo quell’ultimo discorso il sistema finanziario iniziò davvero a incrinarsi.
Il punto tecnico sollevato ora da Warsh separa due concetti che vengono spesso confusi tra loro. Quanto costa alle banche prestarsi riserve da un giorno all’altro è la leva diretta con cui la banca centrale muove l’economia: è il tasso di policy. Le condizioni finanziarie nel loro insieme sono qualcosa di più largo. Comprendono lo scarto tra quanto rendono le obbligazioni delle aziende e quanto rende il debito pubblico, il livello di indebitamento complessivo del sistema, e quanto gli investitori sono disposti a rischiare. Un costo del denaro più alto non produce da solo condizioni restrittive, se la liquidità resta abbondante altrove nel sistema.
I numeri citati da Warsh vanno proprio in questa direzione. Il rendimento del Treasury a dieci anni ha superato quota 5%, quello a trent’anni viaggia poco oltre il 5,30%, un movimento che incorpora più inflazione attesa e più tensione geopolitica nei prezzi. Lo scarto tra le obbligazioni delle aziende e i titoli di stato resta però compresso: secondo la lettura di Warsh, il mercato del credito non avrebbe ancora scontato lo stesso rischio che i titoli governativi hanno iniziato a prezzare.
Esiste poi un rischio più specifico legato alle valutazioni tecnologiche. Diverse società del comparto vengono prezzate su una crescita legata all’intelligenza artificiale proiettata su orizzonti molto lunghi. Basterebbe un rallentamento anche piccolo nella corsa a costruire data center e reti, avverte Warsh, per far scattare una revisione improvvisa di quelle stime, con effetti sui prezzi sproporzionati rispetto al rischio effettivo. È lo stesso meccanismo che nel 2007 riguardava i rating creditizi: non il rischio in sé a muovere i mercati, ma la sua brusca riscoperta.
Rispetto al 2007 cambia soprattutto il ruolo. Allora Warsh era una voce analitica tra tante, senza controllo sull’agenda della politica monetaria. Adesso guida la Fed e ha messo in piedi un gruppo di lavoro interno per capire come la politica monetaria arriva davvero all’economia al di là del solo tasso di riferimento: tra gli strumenti allo studio ci sono il bilancio della banca centrale, i margini richiesti a chi investe a debito e il modo in cui vengono condotti gli interventi sul mercato aperto.
Per chi ha un portafoglio esposto al credito corporate o ai titoli tecnologici a lunga durata, i due indicatori da tenere d’occhio nelle prossime settimane sono proprio questi: lo scarto tra bond societari e Treasury, e il ritmo con cui arrivano nuovi annunci sugli investimenti in infrastrutture AI. Un allargamento improvviso del primo, o una frenata del secondo, sarebbe il segnale che il parallelo con il 2007 sta smettendo di essere solo storico.
Secondo quanto riportato da Money.it in un articolo di Tommaso Scarpellini, pubblicato giovedì 24 settembre 2026.