Venerdì 25 settembre è l’ultimo giorno utile per chi ha ancora azioni Telecom Italia e deve scegliere se aderire all’offerta di scambio di Poste Italiane o restare in un titolo ormai controllato da un socio di maggioranza. La scelta arriva mentre Poste ha già superato il 70% del capitale TIM e punta a quota 90%, la soglia che aprirebbe la strada all’uscita della società da Piazza Affari. Le due strade portano a conseguenze economiche molto diverse.
Chi aderisce riceve, per ogni azione TIM consegnata, un corrispettivo composto da due parti: 1,97 euro pagati subito e 0,218 nuove azioni Poste. La componente monetaria è salita di 30 centesimi il 7 settembre, mentre il numero di azioni Poste offerte non è cambiato. Il valore complessivo cambia insieme al prezzo di Poste in Borsa, perché si calcola sommando 1,97 euro al prodotto tra 0,218 e la quotazione dell’azione Poste in quel momento. Con Poste sopra i 25 euro, il conto porta a circa 7,53 euro per titolo TIM, la stessa cifra a cui il mercato aveva già spinto le azioni TIM nei giorni scorsi. Chi consegna i titoli ora non incassa alcun sovrapprezzo rispetto a una semplice vendita in Borsa. Il pagamento per chi accetta in questa riapertura arriva il 2 ottobre, giorno in cui diventerà a tutti gli effetti azionista di Poste.
Restare fuori dall’adesione significa entrare in uno scenario che dipende da quanto capitale Poste riesce ancora a raccogliere entro oggi. Sotto il 90%, TIM resta quotata ma con un flottante ridotto ai minimi termini. Meno scambi, forbici più larghe tra chi compra e chi vende, e scelte industriali che finiscono nelle mani dell’azionista di controllo. Sopra il 90% scattano invece gli obblighi del Testo unico della finanza: chi resta può chiedere a Poste di comprare le sue azioni allo stesso prezzo dell’offerta, un passaggio che prepara il delisting. Oltre il 95%, Poste può avviare lo squeeze-out. Le azioni residue passano d’ufficio nelle sue mani e il titolo lascia il listino senza che l’azionista debba fare nulla. Gli analisti di Equita indicano proprio quota 90% come il livello che permetterebbe a Poste di procedere in questa direzione e accelerare l’integrazione dei due gruppi.
Aderire comporta anche un cambio di profilo dell’investimento: da un operatore telefonico in ristrutturazione a un gruppo con ricavi diversificati tra posta, servizi finanziari, assicurazioni e pagamenti, che a giugno ha versato ai soci una cedola da 0,85 euro a titolo. La quota in azioni resterà comunque legata all’andamento futuro del titolo Poste anche dopo il cambio.
Sul piano fiscale, il fisco tratta la consegna dei titoli come una vendita a tutti gli effetti, con l’aliquota del 26% applicata alla differenza tra quanto si incassa e il vecchio prezzo di acquisto. Per molti azionisti storici, che hanno pagato i titoli ben più cari, quel risultato sarà quasi certamente una minusvalenza piuttosto che una plusvalenza, e una minusvalenza si può comunque compensare con guadagni della stessa natura nei quattro anni successivi. Da controllare anche il raggruppamento di dieci vecchie azioni in una nuova, avvenuto a metà giugno: il vecchio prezzo di acquisto usato nel calcolo va rettificato di conseguenza.
Chi intende aderire non dovrebbe aspettare la chiusura ufficiale dei mercati oggi. Le banche fissano scadenze interne, spesso ore prima, per riuscire a trasmettere l’ordine in tempo.
Dati e termini dell’offerta riportati da Money.it nell’articolo di Flavia Provenzani pubblicato giovedì 24 settembre 2026.