Il consiglio di sorveglianza del gruppo torna a votare domani, 4 settembre, sul piano industriale di Volkswagen, a due mesi dalla prima bocciatura. La proposta di Oliver Blume, l’amministratore delegato, era stata respinta a luglio con dodici voti contro sette, affossata dal Land della Bassa Sassonia insieme ai rappresentanti dei lavoratori. Il nuovo testo che arriva in consiglio non è più morbido del precedente: prevede lo stop alla produzione in quattro stabilimenti dove oggi lavorano circa 45.000 persone.
Secondo quanto scrive oggi Money.it, si tratta di un rapporto interno di 147 pagine che il settimanale tedesco WirtschaftsWoche ha potuto visionare. Il documento giustifica le chiusure con la necessità di difendere il rating di Volkswagen e il costo a cui il gruppo si finanzia sui mercati, e sostiene che l’attuale modello industriale non sia più sufficiente a tenere il passo della concorrenza sul lungo periodo. Fermerebbero Emden e Zwickau nel 2031, Hannover nel 2032 e Neckarsulm verso il 2034, puntando su paesi come Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia, dove gli stipendi operai sono molto più bassi che in Germania. Blume ha ripetuto più volte che i costi di Volkswagen restano oltre il 30% più alti di quelli dei rivali europei.
Da metà luglio circola in Germania la cifra di 140.000 posti di lavoro a rischio in Volkswagen, ma non si tratta di licenziamenti già decisi. Il consiglio di fabbrica la ottiene sommando tre voci diverse: 50.000 tagli già fatti, secondo l’azienda, altri 50.000 in programma per il 2030 e circa 40.000 collegati a un’eventuale chiusura degli impianti. Blume ha derubricato la seconda voce a ipotesi teorica, ma in una nota interna ai dipendenti ha confermato fino a 50.000 tagli aggiuntivi possibili. Fatti e programmati insieme, i tagli complessivi sfiorano quota 100.000.
Sulla carta il potere di fermare le chiusure esiste. Sindacati e Land della Bassa Sassonia si dividono la metà esatta dei seggi nel consiglio di sorveglianza, e la Bassa Sassonia è anche il secondo socio di Volkswagen, con una quota che da sola può bloccare le decisioni più delicate. Il comitato direttivo però può aggirare il voto assegnando i nuovi modelli ad altri stabilimenti e lasciando che quelli tedeschi si svuotino da soli, una tattica chiamata in Germania Aushöhlung. Thorsten Gröger, capo distrettuale del sindacato IG Metall, ha definito disastrosa la comunicazione della dirigenza e non scarta l’ipotesi di scioperi già a partire dal 2027, quando scadrà la tregua sindacale in corso. Il consiglio deve pronunciarsi domani anche su un’intesa allo studio con l’azienda israeliana della difesa Rafael Advanced Defense Systems, che produrrebbe componenti del sistema Iron Dome nell’impianto di Osnabrück: finora è l’unica pista industriale alternativa emersa in Germania.
Per chi segue il titolo, la vicenda pesa più dei conti trimestrali. Le azioni privilegiate VOW3, le uniche scambiate davvero e incluse nel DAX, trattano sotto quota 73 euro, oltre il 33% sotto il massimo di 109,10 euro segnato a dicembre. Il rapporto tra prezzo e utili attesi per il 2026 sta a circa 3,8 volte, contro 7 di BMW, oltre 9 di Mercedes-Benz e 8 di Stellantis: il mercato non dubita che Volkswagen guadagni, dubita che riesca davvero a cambiare quello che ha promesso. UBS ha abbassato il prezzo obiettivo a 80 euro, dai precedenti 90, a luglio; Goldman Sachs è passata da 89 a 88 euro confermando un giudizio neutrale. RBC Capital resta la più ottimista, con un obiettivo di 121 euro e rating buy.
A giugno Volkswagen ha pagato 5,26 euro per ogni azione privilegiata come dividendo sull’esercizio 2025, un rendimento del 7% circa ai prezzi di oggi. Diversi analisti però si aspettano una cedola più bassa per il 2026: mantenere un dividendo così alto mentre si discute lo smantellamento di quattro impianti tedeschi sarà complicato da difendere di fronte a un consiglio in cui operai e sindacati controllano metà dei seggi. Chi ha VOW3 in portafoglio dovrebbe considerare quel dividendo tutt’altro che garantito nel prossimo bilancio.
Articolo pubblicato da Money.it il 3 settembre 2026, a firma di Flavia Provenzani, sulla base del documento visionato dal settimanale tedesco WirtschaftsWoche.