Il tasso di default delle piccole e medie imprese del turismo è sceso al 4,5% a fine 2025, dal 4,6% dell’anno precedente, ma resta ancora molto più alto della media di tutte le aziende italiane, ferma al 3,3%. Lo segnala l’Osservatorio Crif, che monitora il rischio di insolvenza delle società di capitali per settore.

Il miglioramento nel comparto turistico riflette in parte l’arrivo di turisti che negli scorsi anni avevano scelto mete extra Ue, spinti proprio dall’instabilità internazionale che oggi, paradossalmente, li riporta verso l’Europa. Crif prevede che questa dinamica possa proseguire nei prossimi mesi, mentre il rischio delle imprese italiane nel loro insieme è atteso in peggioramento a causa del contesto geopolitico.

Nello scenario di base disegnato da Crif, che ipotizza un’intesa a breve tra Stati Uniti e Iran con la riapertura dello stretto di Hormuz, il tasso di default generale delle società di capitali salirebbe al 3,7% entro la fine del 2026, per poi arrivare al 4% nel 2027. Il turismo crescerebbe meno rispetto al resto dell’economia, ma partendo da un livello di rischio già più alto: le previsioni attuali escludono comunque un avvicinamento alla soglia del 5%, spiega D’Amico, che guida Crif come amministratore delegato.

Diverso l’esito se il conflitto in Medio Oriente si prolungasse. In questo scenario “adverse”, il rischio medio nazionale salirebbe fino al 4,4% l’anno prossimo, e l’anno dopo ancora fino al 4,9%, un livello vicino alla soglia di allerta fissata al 5%.

Dentro il settore, i tre comparti che compongono il turismo si muovono in direzioni opposte. La ristorazione resta il punto debole: il suo indice di rischio era già al 5,6% a fine 2025, seppure in leggerissima diminuzione rispetto all’anno precedente. Il rischio negli alloggi è invece salito dal 2,1% al 2,4%, quello delle agenzie di viaggio dall’1,5% all’1,8%, pur restando su livelli molto più contenuti.

Un altro segnale di fragilità arriva dalla puntualità nei pagamenti verso i fornitori, calcolata da Cribis, la controllata di Crif che segue proprio questo indicatore. A giugno 2026 solo il 23,4% delle imprese turistiche paga in tempo i propri fornitori, contro il 42% registrato nella media di tutti i settori italiani. Il divario racconta un comparto che cresce sul fronte dei ricavi, ma fatica a tradurre quella crescita in solidità finanziaria immediata.

Sul fronte geopolitico, Crif classifica come “medio” l’impatto delle tensioni internazionali sul turismo, minore rispetto a settori come la manifattura perché gli effetti restano quasi tutti indiretti: il caro carburante, che ha fatto salire i prezzi dei voli, insieme alla chiusura di alcune rotte aeree o alla loro deviazione. Lo stesso fattore, però, potrebbe spingere turisti italiani ed europei a scegliere mete più vicine a casa, con un beneficio potenziale per il mercato interno.

Per chi gestisce un’attività ricettiva o di ristorazione, il dato più operativo non è il tasso di default in sé, ma la percentuale di pagamenti puntuali: un fornitore che valuta se concedere credito a un’impresa del settore guarda proprio a quel numero, e un miglioramento lì peserebbe più di qualsiasi previsione macro nei prossimi mesi.

Dati e dichiarazioni riportati da Il Sole 24 Ore in un articolo pubblicato il 29 agosto 2026.