Il Treasury decennale ha visto il proprio rendimento salire al 5,27%, una soglia che il mercato obbligazionario americano non toccava dal 2007, l’anno che precedette il crollo finanziario più duro dell’ultimo secolo. Wall Street osserva la cifra con attenzione. Il debito pubblico americano ha superato quota 40.000 miliardi di dollari e aumenta di circa 8 miliardi ogni giorno. Quel rendimento misura quanto Washington paga oggi per finanziarsi sui mercati.

Un rendimento più alto arriva quando chi presta soldi allo Stato chiede un premio maggiore per il rischio, o quando l’offerta di titoli cresce più in fretta della domanda che li assorbe. Con un debitore delle dimensioni degli Stati Uniti, gli investitori iniziano a chiedersi quanto a lungo regga lo status di rifugio sicuro che il dollaro ha mantenuto per decenni.

Il servizio del debito pesa già oltre 1.400 miliardi di dollari l’anno solo in interessi, una cifra che, secondo le proiezioni citate da Money.it, salirà oltre 1.700 miliardi entro fine 2028. Per tenere bassi i tassi sulle scadenze lunghe senza aprire un nuovo ciclo di acquisti su larga scala, Tesoro e Federal Reserve avrebbero puntato su un meccanismo indiretto in tre passaggi. Più emissioni a breve termine, liquidità della banca centrale che le assorbe, e riacquisti mirati dei titoli lunghi con i proventi generati. Il messaggio implicito è chiaro: frenare i rendimenti senza dichiararlo apertamente. Il Tesoro, secondo la stessa ricostruzione, avrebbe portato i riacquisti di obbligazioni fino a un tetto di 4 miliardi di dollari per singola asta.

Ogni dollaro creato per tenere bassi i rendimenti diluisce il potere d’acquisto di chi possiede liquidità o obbligazioni a lunga scadenza. Dal 1971, quando gli Stati Uniti abbandonarono la convertibilità in oro, il potere d’acquisto reale del dollaro si è ridotto di oltre il 93%. Nello stesso periodo i prezzi di case, azioni e altri beni capitali sono saliti molto più dei saldi nominali sui conti correnti, un divario che ha tenuto lontani, senza che se ne accorgessero, milioni di risparmiatori dal patrimonio che credevano di conservare intatto.

La distanza tra obbligazioni e azioni segue una logica precisa. Gestori patrimoniali e fondi pensione accettano il rischio azionario solo se il rendimento atteso supera di 3-4 punti percentuali quello dei titoli di Stato, il cosiddetto premio per il rischio azionario. Con i Treasury già al 4,5% e diretti verso il 5,27%, la Borsa dovrebbe rendere quasi l’8% annuo per restare competitiva. Il CAPE di Shiller, l’indicatore di valutazione ideato dal premio Nobel Robert Shiller, suggerisce invece un rendimento reale medio del 3-4% nei prossimi dieci anni. Quella distanza, nel biennio 2006-2008, portò a una rotazione massiccia da azioni a obbligazioni governative.

Nessun crollo è certo o imminente. La storia dei segnali di allarme finanziari, da Greenspan nel 1996 alla crisi del 2000, mostra che il mercato spesso impiega anni prima di dare loro ragione. Chi ha un portafoglio orientato all’azionario dovrebbe verificare quanto reggerebbe un decennio di rendimenti reali negativi, e considerare se una quota maggiore di liquidità o titoli brevi non renda oggi l’esposizione più equilibrata.

Dati e analisi riportati da Money.it in un articolo di Tommaso Scarpellini pubblicato il 31 agosto 2026.