Wells Fargo calcola che il portafoglio medio degli investitori americani tenga oggi in azioni il 72% del capitale, una quota che non si vedeva dal 1969. Il numero arriva in una nota della banca dedicata al rischio di un mercato troppo affollato da un solo lato mentre i tassi restano alti.
Nel 1969 il paragone con le obbligazioni non si poneva quasi: gli ETF non erano ancora un’idea e l’inflazione cominciava appena a farsi sentire come problema serio. Oggi cambia un dettaglio che pesa: il rendimento senza rischio è tornato interessante. Il decennale americano ha toccato il 5,02% martedì 15 settembre, il livello più alto in diciannove anni, e il BTP italiano viaggia poco sopra il 4,4%, sui massimi degli ultimi due anni.
Quando un titolo di Stato paga oltre il 5%, cambia quanto rischio azionario conviene assumersi. Per buona parte dei dieci anni precedenti, con i rendimenti dei governativi vicini allo zero, le azioni erano quasi un obbligo per chi cercava un guadagno sopra l’inflazione. Con il rendimento senza rischi salito così in fretta, quel margine di convenienza si assottiglia: l’equity risk premium, il compenso extra che il mercato paga per il rischio azionario, non sparisce ma pesa meno nella scelta.
Su queste basi Wells Fargo indica come corretta un’allocazione vicina al 60% in azioni e al 40% in obbligazioni, lo schema bilanciato, giudicato superato per anni quando i bond non rendevano nulla. Rispetto al 72% reale, lo scarto arriva a 12 punti, il più largo dal 1969 e più ampio di quello misurato durante la bolla delle dot-com. La banca ha già tagliato l’obiettivo sull’S&P 500: il rischio di ribasso stimato va dal 5 al 10% nel breve, e ai clienti consiglia di spostare peso dalla tecnologia verso la sanità.
Il contesto monetario aggrava lo squilibrio. La Federal Reserve ha deciso mercoledì 16 settembre un rialzo di un quarto di punto, portando il costo del denaro in una forchetta che va dal 3,75 al 4%. È il primo aumento dopo luglio 2023, approvato con voto unanime: dodici sì, nessun contrario. A luglio erano stati in tre, tra i presidenti delle Fed regionali, a votare in dissenso pretendendo un rialzo: una spaccatura che non si vedeva dal 2016 in quella direzione. Le nuove proiezioni indicano un tasso mediano al 4,125% entro dicembre, che lascia aperta la porta a un’altra stretta.
Un tasso più alto riduce il valore attuale degli utili futuri di un’azienda: è un meccanismo aritmetico, non un’opinione. Le società piccole e quelle più legate al credito bancario ne risentono per prime, perché il costo del loro debito sale più in fretta di quello delle grandi capitalizzate.
A complicare il quadro c’è il petrolio. L’Arabia Saudita ha comunicato un taglio produttivo che quantifica in circa 600 mila barili quotidiani dopo alcuni attacchi ai propri impianti. Il WTI ha superato i 100 dollari prima di ritracciare verso i 101, mentre il Brent si porta a 104,6 dollari. È un’inflazione che nasce dall’offerta, non dalla domanda, e contro questo tipo di spinta i rialzi dei tassi hanno poca presa: alzare il costo del denaro non fa uscire più barili dai pozzi.
Un’allocazione al 72% non annuncia da sola un crollo. Segnala però un portafoglio che si è sbilanciato da solo, anno dopo anno, senza che nessuno lo ribilanciasse davvero. Chi ha una quota azionaria simile dovrebbe chiedersi non dove arriverà l’indice a fine dicembre, ma quanto calo saprebbe reggere prima di sentirsi spinto a vendere nel momento peggiore.
Dati ed elaborazioni tratti dalla nota di Wells Fargo, riportata da Money.it il 20 settembre 2026.