Il 69% dei lavoratori dipendenti intervistati da Ipsos Doxa giudica le imprese italiane poco trasparenti sugli stipendi. Il sondaggio è stato commissionato da Coverflex, piattaforma di benefit e welfare aziendale, e ha coinvolto 1.000 persone, di età compresa fra 18 e 64 anni. Lo ha riportato Wall Street Italia, che ne ha pubblicato i risultati giovedì 1 ottobre.

Da quelle risposte nasce il Compensation Index, un indicatore che Coverflex ha costruito in proprio per misurare quanto funzioni il rapporto retributivo. Il punteggio complessivo è 35 su 100. Quattro voci lo compongono: chiarezza, adeguatezza, equità e valore percepito. Non esiste un confronto con gli anni scorsi, perché questa è la prima rilevazione, e l’indice non è stato validato da un soggetto terzo.

Il voto più basso, 29, riguarda l’adeguatezza dello stipendio. L’equità e il valore percepito si fermano a 34, la chiarezza sale a 44. Il dato che pesa di più è un altro: il 60% degli intervistati non ha avuto alcun aumento nei due anni precedenti, e solo il 17% riceve un adeguamento annuale legato al costo della vita. Il voto medio al proprio pacchetto retributivo è 5,8 su 10, mentre il 22% si dice molto o estremamente soddisfatto.

Sul principio della trasparenza il campione è compatto: l’83% è favorevole. Sui contenuti della direttiva europea, invece, la conoscenza è scarsa, perché il 21% dichiara di sapere bene che cosa preveda. Chi risponde a un sondaggio dice cosa pensa, non cosa farebbe davanti a una busta paga altrui, e la distanza tra consenso e informazione resta ampia.

Per gli intervistati la trasparenza serve a due cose. Il 42% la lega alla fiducia verso il datore di lavoro, il 40% a una riduzione delle differenze tra uomini e donne. Su quest’ultimo punto le aziende comunicano poco: soltanto il 13% racconta che il divario retributivo di genere venga discusso apertamente, mentre la maggioranza, il 55%, su questo tema non ha mai fatto domande.

C’è poi il capitolo benessere. Il 34% del campione si è sentito spesso mentalmente esausto nell’ultimo anno, e fra i giovani da 18 a 34 anni la quota sale al 43%. Uno su due ha pensato di cambiare lavoro per ragioni legate al proprio benessere. Per chi ha meno di 35 anni, quindi, la busta paga e la tenuta psicologica viaggiano insieme.

Sul welfare aziendale Coverflex, che lo vende, ha un interesse evidente nel dare risalto ai risultati. Il 63% accetterebbe di incassare in welfare aumenti e premi, e il 48% preferirebbe una busta divisa in 90% di retribuzione annua lorda e 10% di benefit detassati. Tra chi usa i buoni pasto, l’85% li spende al supermercato.

Il campione è rappresentativo secondo l’istituto, ma le percentuali descrivono quelle 1.000 persone, non l’intero mercato del lavoro italiano. Lo stesso vale per i dati sul welfare, che arrivano da un’azienda con un prodotto da proporre.

Chi sta per negoziare un aumento o un nuovo contratto può usare la direttiva come leva: chiedere i criteri con cui l’azienda fissa gli stipendi costa poco e dà subito una misura della sua trasparenza.

Secondo Wall Street Italia, che ha pubblicato la ricerca di Coverflex realizzata da Ipsos Doxa giovedì 1 ottobre 2026.