La manovra per il 2027 riduce il ritardo con cui i dipendenti pubblici incassano la buonuscita, il Tfs, e punta ad azzerarlo nel 2030. Secondo Il Messaggero, il testo conferma per il prossimo anno anche lo sconto fiscale sugli extra in busta paga: il vantaggio arriva a 800 euro.
Oggi la buonuscita nel pubblico arriva in ritardo e a pezzi. Nel privato, invece, chi esce dal lavoro la incassa all’istante. Questa disparità ha portato la Corte costituzionale a muoversi: con l’ordinanza n. 25 del 5 marzo, i giudici hanno scritto che rinviare e frazionare il Tfs va contro l’articolo 36 della Costituzione, cioè contro il diritto a una retribuzione giusta, anche se differita, da pagare in tempi ragionevoli.
La Consulta non ha dichiarato subito illegittima la norma. Ha fissato l’udienza al 14 gennaio 2027. L’esecutivo ha replicato con un calendario che distribuisce il costo su più bilanci.
Il calendario vale per chi raggiunge i requisiti della pensione di vecchiaia nei prossimi anni. Per la prima quota l’attesa oggi è di 12 mesi. Scende a 9 mesi dal 2027, come già deciso con la manovra precedente, poi a 6 nel 2028 e a 3 nel 2029. Dal 2030 il primo versamento arriva subito dopo l’uscita dall’ufficio.
Le rate seguono una strada a parte. Un Tfs lordo che non supera i 50mila euro si incassa in un solo versamento. Tra 50mila e 100mila i versamenti sono due, oltre quella cifra diventano tre. La manovra alza la prima rata un gradino alla volta: nel 2031 sale a 60mila euro, poi a 70mila, a 80mila e infine a 90mila nel 2034. Con il 2035 il pagamento dilazionato smette di esistere.
Il sistema a rate risale all’esecutivo guidato da Mario Monti, in piena crisi dello spread. C’è anche un problema di potere d’acquisto: più passa il tempo tra l’uscita e l’ultimo versamento, più l’inflazione erode la somma.
La relazione tecnica che accompagna il testo mette il costo dell’operazione a circa 0,86 miliardi di euro nel biennio 2028-2029. Quella cifra copre solo i primi due anni. Le tappe successive, fino al 2035, dipendono da bilanci che oggi non sono ancora stati scritti, quindi il calendario resta una promessa legata alle manovre future.
Sul fronte degli stipendi, la novità è più piccola. Per il 2027 resta in piedi l’aliquota sostitutiva del 15% applicata ai compensi accessori, comprese le indennità fisse e continuative, per i lavoratori pubblici con reddito da lavoro dipendente fino a 50.000 euro. Gli aumenti contrattuali restano fuori dalla tassa piatta, mentre per i dipendenti privati la stessa tassa piatta è confermata con aliquota del 5%.
Il governo intanto frena sulle assunzioni. Per ministeri e altre amministrazioni il turn over cala al 75% l’anno prossimo, poi dal 2028 risale al 100%.
Per chi sta pensando di lasciare il servizio, conta l’anno in cui si maturano i requisiti: nel 2027 la prima quota arriva dopo nove mesi, nel 2028 dopo sei. Il 14 gennaio 2027, quando la Corte costituzionale riprende il giudizio, è la data da tenere d’occhio.
Secondo Il Messaggero, che ha pubblicato la notizia il 2 novembre 2026 a firma di Francesco Bisozzi, la misura è contenuta nella legge di Bilancio 2027.