Da lunedì 21 settembre Technoprobe siede tra le quaranta blue chip del FTSE MIB, al posto di DiaSorin. Il cambio arriva con la revisione trimestrale di FTSE Russell, e le azioni hanno accolto la notizia salendo di circa quattro punti percentuali, fino a toccare i 30,5 euro.

Con il debutto di lunedì, il comparto tecnologico nel paniere sale oltre il 4%, un ruolo finora sostenuto da sola STMicroelectronics, mentre quello della sanità scivola ai minimi. Per il titolo è solo l’ultima tappa di una corsa che parte da 12,39 euro il 2 gennaio e arriva a un massimo di 38,58 euro a giugno. Nonostante la frenata estiva, il progresso da inizio 2026 resta sopra il 140%.

Technoprobe progetta le schede che collaudano i chip mentre sono ancora incisi sul disco di silicio, prima che vengano tagliati e montati: un controllo che, se scovato subito, evita di scoprire un difetto quando il costo di produzione è già stato speso per intero. L’azienda è nata dall’intuizione di Giuseppe Crippa, che aveva lasciato STMicroelectronics dopo 35 anni per sviluppare un metodo di produzione più veloce, ed è oggi guidata dall’amministratore delegato Stefano Felici. Nel mercato di riferimento condivide sostanzialmente il campo con una sola rivale, l’americana FormFactor, che vale in Borsa circa metà del gruppo lombardo; tra i clienti figurano Intel, Samsung, Qualcomm, Apple e Nvidia. L’americana Teradyne, che produce apparecchiature di test per semiconduttori, è salita all’11,59% del capitale.

I risultati economici spiegano l’entusiasmo. Il primo semestre si è chiuso con un fatturato di 464,1 milioni di euro, il 42,4% in più rispetto a un anno prima e oltre le stime raccolte da Bloomberg, ferme a 455,8 milioni. Oltre metà del fatturato semestrale arriva da applicazioni legate all’intelligenza artificiale. L’Ebitda è quasi raddoppiato a 206,2 milioni, con una marginalità arrivata al 44,4% partendo dal 32,6% di un anno prima, mentre l’utile netto ha toccato 143,1 milioni, oltre quattro volte il dato registrato un anno prima (34,4 milioni): un effetto tipico della leva operativa nelle aziende ad alta intensità tecnologica, dove i costi fissi restano stabili mentre i volumi corrono. Il solo periodo aprile-giugno ha portato ricavi per 277 milioni, con una crescita annua del 64%, e una marginalità Ebitda già al 49%.

Il management ha rivisto al rialzo gli obiettivi tre volte negli ultimi dodici mesi. Ad agosto è arrivata l’ultima correzione: la stima di fatturato per il 2026, prima ferma a 950 milioni-1,05 miliardi, è salita a un nuovo intervallo di 1,05-1,1 miliardi di euro, mentre la marginalità Ebitda attesa è stata alzata al 46-48%. Per il periodo luglio-settembre la società indica ricavi vicini a 314 milioni, un margine lordo del 61,5% e una redditività Ebitda che dovrebbe avvicinarsi al 52%. Il prossimo bilancio, sui primi nove mesi dell’anno, è atteso per il 10 novembre.

Sul titolo restano opinioni distanti. I dati raccolti da MarketScreener mostrano un giudizio medio di acquisto tra gli otto analisti che coprono il gruppo, con un obiettivo di prezzo medio di 40,50 euro: un potenziale teorico vicino al 33% rispetto ai livelli di lunedì. Bank of America e UBS indicano rispettivamente 44 e 41 euro, Equita e Intesa Sanpaolo si fermano a 40, Berenberg tiene la valutazione a 34 mentre Mediobanca Research, sola con un giudizio neutrale, vede un valore di 24,60 euro, sotto le quotazioni attuali.

Il nodo resta il prezzo pagato per la crescita. Le azioni in circolazione sono circa 640 milioni, e la capitalizzazione sfiora i 19,5 miliardi di euro: rispetto a un Ebitda atteso tra 480 e 530 milioni nel 2026, il rapporto sale a un valore compreso fra circa 37 e 41, alto anche per un gruppo che cresce a questo ritmo. L’ingresso nell’indice porta anche un effetto tecnico: gli strumenti passivi legati al paniere di Piazza Affari devono comprare Technoprobe in base al nuovo peso che occupa, un riequilibrio già completato al termine degli scambi di venerdì 18 settembre e destinato a non ripetersi, mentre la maggiore visibilità presso gli investitori esteri dovrebbe restare.

Il vero rischio è la concentrazione: oltre metà dei ricavi dipende da un solo motore, la spesa dei grandi gruppi tecnologici sui data center, e un suo rallentamento si trasferirebbe in fretta agli ordini. Tra il massimo toccato a giugno e i valori più bassi segnati ad agosto il titolo aveva già ceduto oltre il 30%. Per chi lo tiene in portafoglio, il dato da guardare a novembre non è la crescita in sé ma se la marginalità Ebitda si conferma vicina al 52% indicato dalla società: è quel livello a giustificare un multiplo così alto.

Dati e stime riportati da Money.it nell’articolo pubblicato lunedì 21 settembre 2026.