Un’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, ripresa da QuiFinanza, calcola quanto pesa il fisco su una famiglia con due redditi da lavoro dipendente e un figlio a carico: 20.592 euro l’anno, di cui il 95,7% versato in modo talmente automatico da restare quasi invisibile a chi lo paga davvero. Resta una piccola quota, appena 887 euro, pagata in modo consapevole: quella per cui serve un bonifico o una fila allo sportello.

La fetta più larga del prelievo, 13.030 euro, arriva “alla fonte”. Il datore di lavoro, come sostituto d’imposta, trattiene questa somma direttamente in busta paga, prima che lo stipendio netto arrivi sul conto corrente. Dentro questa cifra ci sono 5.683 euro di contributi Inps, 6.092 euro di ritenute Irpef e 1.255 euro tra addizionali regionali e comunali. Chi lavora legge solo il netto: il resto è già sparito a monte.

Un secondo blocco, circa 6.676 euro, si nasconde invece nei prezzi di tutti i giorni. L’Iva sugli acquisti pesa da sola 5.044 euro, le accise sui carburanti altri 1.238 euro. A completare il conto ci sono voci più piccole ma comunque invisibili: 90 euro di canone Rai, 126 euro di imposta sulla Rc auto più 83 euro di contributo sanitario legato alla stessa polizza, e infine 34 euro di bollo sul conto corrente insieme a 60 euro sul dossier titoli. Anche in questo caso nessuno compila un modulo per l’Agenzia delle Entrate: il prelievo è già dentro la spesa al supermercato, la bolletta di casa, il pieno fatto dal benzinaio.

Bollo auto e Tari restano le uniche eccezioni. Insieme valgono 887 euro, il 4,3% del totale, e sono le sole voci che chiedono un gesto attivo al contribuente. È lì che il peso reale delle tasse diventa visibile.

Gli economisti la chiamano illusione fiscale: quando il prelievo è automatico, il cervello lo registra a malapena. Per lo Stato il meccanismo funziona bene, perché il gettito arriva alla fonte e allo stesso tempo si restringe il margine per evadere. Per chi paga, il costo è perdere di vista l’importo reale del proprio carico fiscale.

Questo spiega anche la frattura tra autonomi e dipendenti. Per chi lavora come lavoratore dipendente, a occuparsi di tutto è direttamente il sostituto d’imposta, cioè l’azienda per cui lavora. La partita Iva versa la maggior parte del proprio carico di tasca propria, tra modelli F24 e scadenze da ricordare da sola. A parità di prelievo effettivo, chi lo vede uscire dal proprio conto lo percepisce come più pesante: è una delle ragioni per cui tra le partite Iva l’insofferenza verso il fisco resta più marcata.

Il quadro generale, del resto, non aiuta. Secondo l’Istat la pressione fiscale italiana vale il 43,1% del Pil, quinta nell’Unione europea. Peggio dell’Italia fanno solo Francia, Danimarca, Austria e Belgio, mentre la media dei ventisette paesi si ferma al 40,7%. Sul fronte opposto, quello del recupero, l’Agenzia delle Entrate ha intercettato 36,2 miliardi di euro di evasione recuperata nel 2025, più del doppio dei 16,9 miliardi raccolti nel 2021.

Chi vuole farsi un’idea reale del proprio carico fiscale dovrebbe sommare le trattenute in busta paga a quanto pagato senza accorgersene nei consumi quotidiani, non fermarsi al bollo auto o alla Tari. Solo così il conto si avvicina ai 20.592 euro medi calcolati dalla Cgia.

Dati ed elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, riportati da QuiFinanza nell’articolo di Mirko Ledda pubblicato il 29 agosto 2026.