Quasi il 96% di quello che un lavoratore dipendente versa allo Stato non passa mai da un bonifico o un versamento diretto: arriva già decurtato dallo stipendio, oppure nascosto nel prezzo di un prodotto. È il risultato di un’analisi della Cgia di Mestre, ripresa da QuiFinanza, sul peso reale della tassazione sulle famiglie italiane.

La fetta più consistente di questo prelievo invisibile, circa il 63%, sparisce direttamente dalla busta paga. A pesare di più è l’Irpef, l’imposta sul reddito che riguarda chi lavora come dipendente, chi percepisce una pensione e chi ha una partita IVA in regime ordinario. Solo per le prime due categorie, però, il prelievo resta davvero nascosto: a calcolare la quota dovuta e a girarla allo Stato è il datore di lavoro stesso, mentre chi lavora incassa già lo stipendio al netto.

Ai contributi previdenziali va riservato un discorso diverso. Restano fuori dal conto delle vere e proprie imposte perché non prevedono detrazioni e perché, almeno sulla carta, tornano a chi li ha versati, ma come pensione, una volta chiusa la carriera lavorativa. Vengono trattenuti insieme all’Irpef, quindi restano invisibili nella busta paga, ma dal punto di vista tecnico non sono un tributo.

Un altro pezzo del prelievo nascosto riguarda i consumi, non lo stipendio. L’Iva e le accise finiscono nel prezzo finale di un prodotto e chi compra non le vede mai separate dal resto del costo. Non succede ovunque allo stesso modo: negli Stati Uniti, per esempio, il prezzo esposto sullo scaffale non include la sales tax, l’equivalente locale dell’Iva, e il conto alla cassa cresce anche di un 10% in più rispetto al cartellino.

Le imposte che restano davvero da pagare di tasca propria, con un versamento attivo, sono poche. Il bollo auto, legato alla Regione di residenza, e la Tari, la tassa sui rifiuti fissata dal Comune, sono le due voci principali. Messe insieme valgono il 4,3% del carico fiscale complessivo, circa 900 euro l’anno per una famiglia con caratteristiche medie. Il quadro cambia per chi ha una partita IVA: l’imposta sul reddito, l’Iva incassata sulle fatture e l’eventuale aliquota forfettaria si versano in autonomia, e la quota di tasse davvero invisibili scende in modo netto rispetto a un lavoratore dipendente.

Per chi riceve uno stipendio, il numero della Cgia spiega perché il peso fiscale reale viene spesso sottovalutato: la percezione del prelievo si concentra sulle poche scadenze da pagare di persona, non sul totale che sparisce prima ancora di arrivare in conto corrente. Chi vuole farsi un’idea più precisa di quanto versa davvero allo Stato dovrebbe controllare la differenza tra lordo e netto in busta paga, non solo le scadenze segnate in agenda.

Dati tratti dallo studio della Cgia di Mestre, ripresi da QuiFinanza in un articolo di Matteo Runchi pubblicato domenica 13 settembre 2026.