Il quadro aggiornato al 30 giugno firmato da Enea e Mef chiude i conti del Superbonus 110%: la misura è costata allo Stato 131,5 miliardi di euro, contro un valore dei lavori realmente eseguiti fermo a 125 miliardi, su oltre mezzo milione di edifici ristrutturati. Il divario tra le due cifre misura quanto la generosità fiscale abbia superato il valore reale dei cantieri.
Sono i condomini ad avere assorbito la fetta più grande delle risorse. Con appena 140.000 cantieri censiti da Enea, hanno pesato per 86 miliardi, il 68% dell’intera spesa: una media di circa 600.000 euro a edificio. Per le villette unifamiliari il conto sale invece a 28,5 miliardi su oltre 240.000 interventi, circa 117.000 euro a testa. Le unità indipendenti hanno pesato per il 9% del totale, con 11,5 miliardi su 115.000 cantieri.
Sul fronte geografico il Nord da solo ha intercettato la metà delle risorse, con la Lombardia che vale un quinto della spesa nazionale. Il Centro si ferma al 20%, Sud e Isole insieme arrivano al 30%.
C’è poi il costo del debito. Se lo stesso numero di interventi fosse stato finanziato con le aliquote ordinarie dei bonus edilizi, il 50 oppure il 65%, la spesa pubblica sarebbe stata più bassa di circa 50 miliardi. Spalmata su un orizzonte di cinque o dieci anni, quella differenza vale tra 5 e 10 miliardi l’anno di gettito mancato: nella parte alta della forbice, una cifra vicina a quanto vale ogni anno il taglio del cuneo fiscale in busta paga per chi lavora.
Chi difende la misura guarda invece all’effetto sul Pil nella ripresa post pandemica. Le stime del comparto edile indicano un ritorno fiscale diretto e indiretto del 35-43% per ogni euro speso in ristrutturazione, tra Irpef e Ires versate dalle imprese, Iva sui materiali e bollette più leggere per le famiglie coinvolte nei lavori.
Resta il nodo di chi ha davvero beneficiato dell’operazione. Il Superbonus ha riqualificato appena il 4% del patrimonio immobiliare italiano, e quel 4% apparteneva già a chi una casa la possedeva. Il gettito mancato oggi riduce lo spazio dello Stato per alleggerire le tasse sul lavoro dipendente o finanziare sanità e scuola. Nel dibattito circolano stime secondo cui un’aliquota dell’1,3% sui patrimoni dei circa 50.000 italiani plurimilionari basterebbe da sola a coprire l’intero debito generato dalla misura.
Chi ha già chiuso i lavori al 110% non deve fare nulla: quel capitolo di spesa pubblica è ormai definito. Per chi valuta oggi una ristrutturazione, contano le aliquote ordinarie, che vanno dal 50% al 65%, e la consapevolezza che quanto margine avrà la prossima manovra dipenderà anche da quanto pesa ancora questo conto.
Dati ripresi dal report Enea-Mef aggiornato al 30 giugno, come riportato da QuiFinanza il 26 agosto 2026 a firma di Emanuela Colatosti.