Un insegnante italiano a fine carriera arriva a circa 43.000 euro lordi l’anno. Un collega lussemburghese, nella stessa fase della carriera, ne guadagna fino al doppio. Sugli importi massimi di fine carriera, il divario tra i due Paesi tocca il 57%, secondo un’analisi di QuiFinanza su dati Eurydice, la rete che raccoglie le informazioni sui sistemi scolastici europei, e Ocse.
Il confronto con il Lussemburgo va però letto con una cautela: il costo della vita e il livello generale degli stipendi nel Paese sono più alti su tutta la scala salariale, non solo per gli insegnanti.
Lo stipendio d’ingresso in Lussemburgo sfiora i 60.000 euro l’anno e arriva a superare quota 100.000 euro a fine carriera. In Germania un docente parte da 50.000-60.000 euro e arriva a toccare quota 80.000 euro alle soglie del pensionamento, con differenze minime tra un Land e l’altro. Spagna e Francia restano più indietro ma comunque sopra l’Italia: le retribuzioni spagnole vanno da 31.000 a 46.000 euro, mentre in Francia lo stipendio medio supera i 34.000 euro l’anno. Un professore italiano a inizio carriera guadagna 25.000-27.000 euro lordi e non arriva ai 43.000 euro nemmeno dopo 35 anni di lavoro.
Il confronto regge anche guardando le ore effettivamente lavorate. Le ore di lezione frontale, 18 a settimana alle superiori e 22 alla primaria, non si discostano dalla media europea. A cambiare è tutto il resto: preparazione delle lezioni, correzioni e riunioni, retribuito meno che negli altri paesi. Tradotto in euro all’ora di lavoro, il differenziale si allarga: un docente tedesco arriva a circa 86 euro l’ora, uno spagnolo si ferma a 51, un francese a 53. In Italia il conto si chiude a 48 euro l’ora, su una base di circa 612 ore annue di lezione e uno stipendio medio di 29.500 euro.
Il divario non nasce da un anno all’altro. Dopo la crisi del 2008 lo Stato ha tolto alla scuola oltre 8 miliardi di euro, portando la spesa per l’istruzione a meno del 4% del Pil, un minimo storico. I rinnovi contrattuali del pubblico impiego sono rimasti bloccati dal 2010 fino al primo accordo firmato nel 2018, con alcuni anni esclusi anche dal calcolo degli scatti di anzianità. Per chi è stato assunto dal 2010 in poi è sparita anche la vecchia fascia stipendiale tra il terzo e l’ottavo anno di servizio. Il primo aumento vero arriva quindi più avanti nel tempo.
Il rischio maggiore riguarda chi dovrebbe entrare in cattedra nei prossimi anni. L’insegnamento è già uno dei mestieri più esposti al rischio di burnout, e uno stipendio d’ingresso vicino alla soglia della povertà lavorativa, specie per chi si trasferisce in una città del Nord, rende la scelta sempre meno attraente. A restare scoperte più spesso sono le cattedre di scienze e materie economiche, perché il privato offre paghe che la scuola pubblica non può eguagliare.
Chi sta valutando il concorso per l’insegnamento dovrebbe mettere in conto anni di attesa prima di un aumento reale in busta paga: il primo scatto arriva soltanto al termine della prima fascia di carriera.
Dati ed elaborazioni tratti da un’analisi di QuiFinanza su fonti Eurydice e Ocse, pubblicata il 2 agosto 2026.