Nel periodo aprile-giugno 2026 in Italia sono nate 124.170 partite Iva, il 2,2% in più rispetto allo stesso trimestre del 2025. Dietro l’aumento, l’Inapp stima che circa 494.000 lavoratori restino autonomi solo sulla carta.

Il dato sulle aperture arriva dal dipartimento delle Finanze e racconta un mercato del lavoro che si muove su due piani distinti. Da un lato ci sono attività imprenditoriali vere, dall’altro un numero rilevante di rapporti che assomigliano più a un impiego dipendente che a una professione indipendente.

Guardando la forma giuridica, il 68% delle nuove posizioni riguarda persone fisiche, cresciute del 4,1% sull’anno prima. Le società di capitali pesano per il 25,7% e salgono del 6%. I non residenti e le altre forme giuridiche, appena il 3,5% del totale, crollano invece del 38,1%, mentre le società di persone restano marginali con il 2,7% e un calo dell’1%.

Sul territorio il Nord assorbe quasi la metà delle nuove aperture, il 46%. Segue il Sud con le Isole al 31,4%, poi il Centro con il 22%.

Per settore, le attività professionali guidano con il 16,8% delle nuove partite Iva, seguite dal commercio al 15,3% e dalle costruzioni al 9,4%. A crescere più delle altre è la sanità, insieme all’assistenza sociale, che sale del 10,9%. Segue il comparto assicurativo e finanziario con un +9,7%, poi i servizi tecnico-professionali con un +8%. Il commercio arretra del 13,6% e il settore di alloggio e ristorazione perde l’1,1%.

L’età di chi apre una posizione autonoma si abbassa. Guardando solo le persone fisiche, poco più della metà, esattamente il 50,4%, riguarda chi ha meno di 35 anni, una fascia che cresce del 7,7% sull’anno prima. Fa eccezione solo la fascia di età compresa fra i 36 e i 50 anni, che arretra dell’1%.

Qui si inserisce il nodo dei cosiddetti dependent contractor: lavoratori con partita Iva ma un margine di scelta quasi nullo su orari, tariffe e strumenti. Secondo l’Inapp, sei lavoratori autonomi su dieci hanno aperto la posizione perché lo ha chiesto il committente o perché non avevano altre opportunità di impiego.

Il profilo tipico prevede turni fissati dal committente, controllo diretto sull’attività e uso dei suoi strumenti di lavoro. I compensi sono spesso legati alle ore lavorate più che al risultato, e manca il rischio economico che di norma separa un libero professionista da un dipendente. Avere un solo cliente non rende da sola fittizia una partita Iva. È la somma di queste condizioni, insieme a un fatturato concentrato su un unico committente, a far scattare il sospetto.

I più esposti sono gli under 30 impiegati nei servizi, dai call center alle consegne fino alle pulizie e ai servizi alle imprese. In questa fascia il 44% si colloca nei redditi più bassi, e solo il 58,6% si dice tranquillo riguardo al proprio futuro professionale.

Chi lavora con partita Iva per un solo committente, riceve da lui orari e strumenti, dovrebbe verificare la propria posizione prima che sia un controllo fiscale a farlo: la riqualificazione come rapporto dipendente porta contributi arretrati sia per il lavoratore sia per l’azienda che lo ha ingaggiato.

Dati raccolti da QuiFinanza in un’analisi pubblicata sabato 19 settembre, basata sui numeri del dipartimento delle Finanze e su un report dell’Inapp.