Martedì e mercoledì il decennale francese è arrivato a un rendimento tra il 4,50% e il 4,52%, un livello che Parigi non toccava dal 2008. In appena un mese il tasso era già salito di 43 punti base. Il risultato di questa corsa è un’anomalia che fino a poco tempo fa nessuno avrebbe previsto: prendere in prestito denaro costa oggi di più alla Francia che all’Italia.

Ieri, dopo la mossa della Federal Reserve sui tassi americani, il costo del debito nell’area euro si è raffreddato di poco, senza cambiare la fotografia complessiva. Il decennale francese si ferma al 4,48%, quello italiano al 4,39%, il Bund tedesco al 3,52%. Fanno nove punti base di differenza a sfavore di Parigi: lo spread tra BTP e Bund resta a 87 punti, quello tra Bund e OAT sale invece a 97. Lo scrive Money.it nella sua analisi di ieri.

Il paradosso è che le agenzie di rating vedono le cose all’opposto. Parigi riceve A+ sia da S&P sia da Fitch. Moody’s le assegna invece Aa3. Roma si ferma più in basso, con BBB+ assegnato da entrambe le prime due agenzie e Baa2 dalla terza. Sulla carta l’affidabilità francese resta superiore. Sui mercati, però, a pagare di più è proprio la Francia.

Il conto lo tiene l’Insee, l’agenzia statistica di Parigi: il disavanzo pubblico ha chiuso il 2025 al 5,1% del prodotto interno lordo, e lo stock di debito ha già superato quota 117,5% nel trimestre gennaio-marzo di quest’anno. Le agenzie di rating avevano intercettato il problema con un anno di anticipo: Fitch ha declassato Parigi da AA- ad A+ già a settembre dello scorso anno, motivando la scelta con l’instabilità di governo, e S&P ha seguito lo stesso percorso in autunno.

Il 28 agosto Fitch ha confermato il giudizio A+ mantenendo la prospettiva stabile, però ha rivisto verso l’alto le sue previsioni sul disavanzo, portandole al 5,2% per il prossimo anno e al 5,5% per il 2027. Moody’s resta più cauta: outlook negativo su Aa3 dallo scorso ottobre. Anche le aste raccontano lo stesso disagio: il Tesoro francese ha piazzato nuovi titoli il 3 settembre pagando rendimenti compresi in una forchetta che va dal 4,19% fino al 4,74% secondo la durata scelta.

A ricordarlo periodicamente è anche chi guida la banca centrale francese, Emmanuel Moulin, insediato all’inizio di giugno: il messaggio è che senza prove concrete di riduzione dei conti pubblici, la fiducia degli investitori non torna da sola. Sul piano politico la partita resta apertissima. Prima delle elezioni presidenziali in programma nel 2027 l’esecutivo dovrà far approvare un’ultima legge di bilancio. Gli analisti di Natixis segnalano che Marine Le Pen non ha escluso di sostenere una mozione di sfiducia legata a quel testo.

Sul fronte del debito accumulato il confronto va anche a sfavore di Roma: i dati Eurostat più recenti mettono il rapporto debito-Pil italiano al 138,9%, contro il 117,6% francese, nello stesso trimestre, un divario di poco più di 21 punti percentuali. Le traiettorie però divergono. Da un lato S&P ha portato il giudizio sull’Italia a BBB+ nella primavera del 2025 e ha reso positiva la prospettiva a gennaio. Dall’altro la Francia ha impiegato mesi a trovare un accordo sul bilancio 2026, varato soltanto a inizio febbraio dopo che il primo ministro Sébastien Lecornu si è appoggiato all’articolo 49.3, lo strumento della Costituzione francese che permette all’esecutivo di approvare un testo senza passare dal voto dell’Assemblea nazionale.

Il messaggio dei mercati sembra chiaro: pesa meno lo stock di debito già accumulato e pesa di più la rotta che il deficit sta prendendo, insieme alla capacità reale della politica di correggerla. È lo stesso criterio che negli ultimi due anni ha giocato a favore dell’Italia.

Per chi segue i titoli di Stato italiani, le prossime tappe sono già scritte in calendario: le pagelle di DBRS e Scope sul debito francese arrivano oggi stesso, quella di Moody’s è fissata al 23 ottobre e quella di S&P al 27 novembre. Da quei tre giudizi si capirà se il vantaggio conquistato dai BTP sui rendimenti francesi durerà ancora.

Dati e dichiarazioni riportati dall’Ufficio Studi di Money.it in un’analisi pubblicata giovedì 17 settembre 2026.