Lo spread tra Btp e Bund è sceso a 83 punti base, due punti in meno rispetto al giorno prima, dopo una settimana di rialzi che lo avevano spinto verso il livello più elevato delle ultime settimane. Il rendimento del decennale italiano è tornato al 4,20%, comunque vicino al picco degli ultimi tre anni toccato nei giorni scorsi. Per chi ha un mutuo o guarda ai titoli pubblici come alternativa ai conti deposito, la direzione dello spread resta il termometro più immediato del costo del debito.

Due fattori hanno spinto il differenziale verso il basso. Il petrolio ha aperto la giornata in calo, alleggerendo le pressioni che pesano da settimane sui mercati obbligazionari. A questo si è aggiunto un clima di fiducia sui listini azionari in vista dei dati Pmi, la misura mensile della fiducia delle imprese, per cui gli analisti si aspettano numeri sopra le previsioni.

Dei fattori che avevano spinto rendimenti e spread verso l’alto nelle settimane precedenti, però, non ne è sparito uno. Le tensioni internazionali restano ai massimi da anni, la Federal Reserve non ha chiarito la traiettoria dei tassi americani e diversi Paesi europei si avvicinano a una fase elettorale incerta. Il calo di oggi nasce da segnali passeggeri, non da un cambio della cornice che aveva fatto salire il costo del debito.

Tra i grandi Paesi dell’area euro, la Spagna resta il mercato più solido. I Bonos viaggiano da settimane a circa 45 punti dal Bund tedesco, con oscillazioni minime anche nelle giornate più nervose per gli altri titoli sovrani. La Francia va nella direzione opposta: il differenziale tra Oat e Bund sta fermo a quota 87, sopra quello italiano, sostenuto da un debito pubblico che continua a crescere e da un quadro politico che non trova stabilità.

Il momentaneo raffreddamento di spread e rendimenti arriva in una fase delicata per il Tesoro, che nelle prossime settimane deve collocare diversi miliardi di nuovo debito pubblico. Le aste di settembre partono il 9 con i Bot a breve scadenza, proseguono il giorno dopo con titoli di durata media e lunga, e tornano poi tre volte nell’ultima settimana del mese con Btp short, Btp indicizzati all’inflazione europea e un nuovo collocamento di più lunga durata.

Un rendimento più basso in queste aste vuol dire una spesa per interessi più leggera per lo Stato, quindi meno pressione sui conti pubblici nei prossimi mesi. Vale il contrario se spread e rendimenti tornassero a salire prima delle date fissate. Un decimo di punto in più sui titoli a lunga scadenza si traduce, su un collocamento da diversi miliardi, in decine di milioni di euro di interessi in più lungo la vita del titolo.

Chi ha in portafoglio Btp o fondi obbligazionari governativi italiani dovrebbe guardare all’esito delle aste del 9 e del 10 settembre come primo test reale di questa schiarita. Se la domanda resterà solida a rendimenti più bassi, il calo di oggi avrà basi più durature; se invece i rendimenti richiesti torneranno a salire, la tregua di questi giorni si rivelerà solo temporanea.

Dati ed elaborazioni riportati da QuiFinanza il 3 settembre 2026.