Il rendimento del BTP a dieci anni è salito al 4,56%. Contro il Bund tedesco lo scarto ha raggiunto 96 punti base, il livello più alto da marzo. Su queste basi Money.it si è chiesto se il differenziale possa spingersi fino a quota 150 entro Natale: non è un dato già accaduto, ma un’ipotesi che l’articolo mette sul tavolo a partire dai segnali di mercato più recenti.

Il primo motore, secondo la ricostruzione della testata, arriva dagli Stati Uniti. Il rendimento del Treasury a dieci anni non toccava il 5,12% dal 2007, un salto spinto da un’economia americana che continua a sorprendere: l’indice PMI dei servizi ha toccato il massimo degli ultimi cinque anni. John Williams, che guida la Federal Reserve Bank newyorkese, ha definito plausibile un ulteriore rialzo dei tassi entro fine anno. Quando il mercato ricalcola così le attese sulla Federal Reserve, chi ha titoli di Stato in portafoglio tende a venderli, e il fenomeno non resta confinato agli Stati Uniti.

L’effetto si propaga ai mercati obbligazionari di tutto il mondo, dai Gilt britannici al decennale giapponese, arrivato al 3,075%, un massimo dal 1996, fino ai Bund tedeschi. Qui si inserisce il meccanismo che, secondo l’articolo, amplificherebbe lo spread italiano: il Bund resta il titolo rifugio dell’area euro e in genere sale meno del BTP quando la tensione si generalizza. Se il rendimento tedesco guadagna 10 punti base e quello italiano ne assorbe invece 15, ecco che il differenziale si allarga di altri 5 punti senza che sia cambiato nulla nel rischio specifico dell’Italia.

Il secondo fattore citato è l’energia. Il petrolio Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile: sullo sfondo, le tensioni in Medio Oriente e i toni più duri tra Washington e Teheran emersi durante l’ultimo vertice annuale dell’ONU. Un greggio stabilmente sopra quella soglia alimenta l’inflazione importata e restringe lo spazio delle banche centrali per tagliare i tassi. Per l’Italia significa due cose insieme: una bolletta energetica pubblica più pesante e un costo di rifinanziamento del debito che resta alto più a lungo.

Il terzo elemento è strutturale: il debito pubblico italiano supera stabilmente il 140% del PIL, tra i rapporti più alti dell’area euro. Alla guida della segreteria tecnica del Ministero dell’Economia fino a qualche anno fa, Fabrizio Pagani ha osservato che rendimenti elevati mantenuti a lungo aumentano il costo di ogni nuova emissione e si trasmettono all’economia reale attraverso il credito. Ogni punto base in più sui rendimenti pesa sul bilancio statale in miliardi di euro nel medio periodo, proprio perché il Tesoro deve tornare sul mercato con regolarità per rifinanziare il debito in scadenza.

Restano i numeri dello scenario stesso. Da 96 punti base a quota 150 il salto sarebbe di 54, un movimento che a marzo 2024, in condizioni simili, si era completato in poche settimane. L’ipotesi regge se il BTP decennale si avvicina al 5% mentre il Bund resta indietro: è quello lo squilibrio che, secondo l’articolo, farebbe scattare l’allargamento più rapido del previsto. Nessuna di queste condizioni si è ancora verificata: sono premesse, non un fatto compiuto.

Chi ha in portafoglio BTP o fondi obbligazionari italiani farebbe bene a seguire due indicatori nelle prossime settimane, il rendimento del Treasury americano e quello del Bund tedesco, perché è dal loro scarto relativo che dipende se lo spread resta vicino ai livelli attuali o si muove davvero verso quota 150.

Scenario e dati ripresi da un’analisi di Money.it firmata da Tommaso Scarpellini, pubblicata domenica 27 settembre 2026.