Per anni, l’S&P 500 ha premiato soprattutto chi aveva in portafoglio le dieci società più capitalizzate dell’indice. Ora tre segnali, ancora deboli ma coerenti, indicano che la distribuzione dei rendimenti potrebbe iniziare a cambiare.
La versione classica dell’indice non assegna a tutte le aziende lo stesso spazio: pesa ciascun titolo in base alla sua capitalizzazione. Così le azioni di Apple, Microsoft e Nvidia contano molto di più di qualsiasi società di media dimensione nel paniere. Il fondo equal-weight di Invesco, quotato con il ticker RSP, ribalta questa logica: ogni componente riceve la stessa fetta, circa lo 0,2% del totale, senza distinzione di taglia societaria. Scegliere RSP al posto del più diffuso SPY ha significato, negli ultimi anni, un rendimento nettamente più basso.
Le prime dieci posizioni del listino, trainate dal gruppo noto come Magnificent Seven, pesano oggi circa il 40% del paniere complessivo. Il gruppo comprende Microsoft, Apple, Nvidia, Alphabet, Meta, Amazon e Tesla. Prima del 2020 quella quota restava sotto la metà del livello attuale.
Il primo dei tre segnali dice da dove arriva la crescita degli utili. Qualche trimestre fa il comparto tecnologico da solo generava circa il 90% di quell’aumento. Oggi, secondo i dati citati da Money.it, la sua quota si ferma intorno al 55%: quasi metà della crescita arriverebbe ora da settori diversi dalla tecnologia.
Il secondo segnale riguarda i margini operativi. Solo una società su due dell’indice registra oggi un miglioramento della redditività operativa, una quota che a prima vista sembra debole. Se i benefici dell’automazione e dell’intelligenza artificiale si diffondessero anche tra le aziende di media capitalizzazione, l’effetto sui loro margini potrebbe risultare più marcato di quello già scontato nei prezzi delle mega-cap, che scontano aspettative di crescita già molto alte.
Il terzo segnale arriva dal principale indicatore anticipato dell’attività industriale statunitense, l’ISM manifatturiero, che ha toccato il livello più alto dal 2022. Storicamente questo indicatore anticipa i risultati delle aziende industriali, del comparto trasporti e di chi produce materie prime con due o tre mesi di anticipo, cioè proprio i settori che nel fondo equal-weight pesano più che nell’indice tradizionale.
Le valutazioni dell’S&P 500, nel complesso, restano superiori alla media storica, anche se il rapporto prezzo/utili atteso si è leggermente ridotto durante il rally più recente: un segno che gli utili sono cresciuti più in fretta dei prezzi. La domanda per chi investe non è se il mercato nel complesso salirà o scenderà, ma se una concentrazione così alta nelle prime dieci posizioni sia sostenibile. Una sua riduzione, anche solo parziale, sposterebbe flussi importanti verso i settori oggi meno considerati dal mercato.
Chi ha un portafoglio concentrato sui titoli tech attraverso un fondo indicizzato classico dovrebbe seguire questi tre indicatori nei prossimi trimestri, non il livello dell’indice in sé. Sono loro a dire se la rotazione verso i settori ciclici, dall’energia ai materiali passando per l’industria, è un cambio di fase o una pausa prima che le mega-cap tornino a guidare il mercato.
Dati ed elaborazioni riportati da Money.it nell’articolo di Tommaso Scarpellini del 15 agosto 2026.