La vendemmia siciliana del 2026 è partita da pochi giorni e promette uve di alta qualità. Le cantine dell’isola restano però piene del vino raccolto lo scorso anno, e diversi produttori cercano un modo per liberare spazio prima che arrivi il nuovo mosto. Il rischio, secondo le organizzazioni cooperative, è che l’eccesso di scorte comprima prezzi e liquidità delle aziende proprio mentre il comparto rivendica un’annata di qualità. Il tempismo non aiuta.
Assovini Sicilia, l’associazione che riunisce le principali cantine dell’isola, guarda con ottimismo alla nuova campagna. La presidente Gabriella Favara rivendica un lavoro costruito su qualità e innovazione, capace di generare valore per i territori vitivinicoli. Il vicepresidente Pietro Pollara aggiunge che le riserve d’acqua si sono ricostituite e le viti sono in buone condizioni sanitarie, elementi che secondo l’associazione porteranno a un raccolto di livello alto.
Le centrali cooperative del vino, Confcooperative Sicilia, Legacoop Sicilia, Unci Sicilia e Unicoop Sicilia, raccontano una fase diversa. I presidenti delle quattro sigle, rispettivamente Gaetano Mancini, Filippo Parrino, Andrea Amico e Felice Coppolino, avvertono che i depositi restano carichi proprio mentre parte il nuovo ciclo produttivo. Quando le giacenze crescono più in fretta di quanto il mercato riesca ad assorbirle, spiegano, il risultato è un calo dei prezzi pagati ai soci.
Un caso a parte è quello di Cantine Ermes, la maggiore cooperativa vitivinicola di primo grado in Italia, che ha aperto la vendemmia 2026 nel Trapanese. La struttura va ben oltre i confini dell’isola: oltre 3.000 soci viticoltori, 16.000 ettari vitati e 16 stabilimenti, per una raccolta che tocca sette regioni in un arco di circa cento giorni. A guidarla è Rosario Di Maria, presidente dell’azienda, che si aspetta rese inferiori al solito ma segnala grappoli dal profilo qualitativo promettente già nelle prime raccolte. La diversificazione territoriale aiuta ad assorbire il colpo.
I dati dell’Icqrf, l’ispettorato repressione frodi del ministero dell’Agricoltura, misurano la portata del fenomeno. Al 30 giugno il vino ancora nei serbatoi delle cantine siciliane si misurava in ettolitri: quasi 2,94 milioni, contro i 2,23 milioni dello stesso mese di un anno prima. La crescita è di circa 711 mila ettolitri, quasi il 32% in più. Di questi il 90% è a denominazione: 1,56 milioni di ettolitri sono Dop, 1,10 milioni Igp. Il vino di qualità pesa di più.
Non tutto questo vino è necessariamente invenduto: una parte è ancora in affinamento, un’altra già certificata o pronta per l’imbottigliamento. La differenza però conta. Ma il confronto tra le scorte accumulate e il nuovo raccolto in arrivo mostra uno squilibrio che il settore fatica a governare. Per questo la Regione ha stanziato 7 milioni di euro per incentivare chi riduce la produzione con la vendemmia verde. Le quattro centrali cooperative chiedono inoltre di riattivare la distillazione di crisi, la procedura che ritira il vino in eccesso trasformandolo in alcol, togliendolo così dal mercato.
Il paradosso descrive due velocità dello stesso settore: da una parte la qualità della vendemmia che arriva, dall’altra la difficoltà a smaltire quella già raccolta. Per i produttori siciliani, soprattutto i piccoli soci delle cooperative, il prezzo che riceveranno per le uve 2026 dipenderà meno dalla qualità del raccolto e più dalla velocità con cui il mercato assorbirà le scorte già in cantina nei prossimi mesi.
Dati e dichiarazioni riportati da Il Sole 24 Ore, articolo di Nino Amadore pubblicato il 9 agosto 2026.