La Fondazione Gimbe calcola che l’Italia spenda circa 36 miliardi di euro meno della media Ocse per la sanità pubblica, misurando la spesa espressa in parità di potere d’acquisto pro capite. Lo riporta QuiFinanza: il dato colloca il Paese al quindicesimo posto su ventisette Stati dell’area Ocse, ultimo tra le economie del G7.

Il confronto con l’Europa mostra un divario ampio. Nell’Unione europea, altri quattordici Paesi spendono in sanità pubblica una fetta di risorse più ampia di quella italiana: lo scarto va da 0,2 punti percentuali per la Slovacchia a 4,8 per la Germania, che investe 6.831 dollari pro capite contro i 3.255 italiani. In percentuale sul Pil, la Germania arriva al 10,9%, l’Italia si ferma al 6,2%.

Il divario si è allargato dopo la pandemia. Molti Paesi Ue hanno reso stabili gli aumenti di spesa sanitaria decisi durante il Covid, tenendo l’incidenza sul Pil sopra i livelli pre-pandemici. L’Italia ha invece ridotto i finanziamenti straordinari. Nello stesso periodo la quota di risorse pubbliche destinate alla sanità italiana si è ridotta: era il 13,8% del totale nel 2019. Nel 2024 il valore era già sceso al 13,2%. La spesa pubblica complessiva, invece, è salita di due punti percentuali: da 48,4% è arrivata al 50,4% sul Pil.

Il ridimensionamento della sanità pubblica ha spostato una fetta crescente delle cure verso il privato. La spesa sanitaria che le famiglie pagano di tasca propria, quella che gli economisti chiamano out-of-pocket, arriva al 23,7% del totale della spesa sanitaria: nei Paesi Ue, in media, quella quota si ferma al 14,9%. Le liste d’attesa spiegano parte del fenomeno. Gimbe cita dati Istat secondo cui più di 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a visite o esami specialistici per i tempi d’attesa troppo lunghi nelle strutture pubbliche. Chi può permetterselo si rivolge a cure a pagamento nel privato oppure stipula un’assicurazione sanitaria.

Il presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta, descrive il finanziamento pubblico come un problema strutturale che pesa sui bilanci regionali: la sanità copre da sola quasi l’80% della spesa di una Regione. Se i trasferimenti statali non tengono il passo dell’inflazione, del maggior costo dell’energia o dei nuovi contratti del personale, le Regioni devono comunque garantire gli standard minimi di assistenza previsti per legge. Per farlo tagliano altri servizi o alzano le addizionali locali di Irpef e Irap.

Sullo sfondo pesano i vincoli di bilancio. Il deficit pubblico ha chiuso il 2025 con un rapporto del 3,1% sul Pil, il debito pubblico è atteso salire fino al 139,2% del Pil tra il 2025 e il 2027, e la spesa previdenziale assorbe da sola il 40% dei margini di flessibilità disponibili, secondo la Commissione Europea. A complicare il quadro c’è la demografia: entro il 2050 la fascia d’età lavorativa, dai 15 ai 64 anni, si ridurrà fino al 54,3% della popolazione, contro il 63,5% del 2024. Gli over 65 hanno già raggiunto il 24,7% degli abitanti nel 2025, quasi tre punti sopra la media Ue, che si ferma al 22%.

Per chi vive in una Regione con liste d’attesa lunghe, il dato da tenere d’occhio è il prossimo bilancio regionale: se il finanziamento pubblico non cresce insieme ai costi reali, un aumento delle addizionali locali o un ulteriore allungamento dei tempi diventano più probabili nei prossimi mesi.

Dati ripresi dal report della Fondazione Gimbe, pubblicato da QuiFinanza il 3 settembre 2026.