Il rame tratta vicino ai massimi storici dopo una settimana pesante per il Cile, primo produttore mondiale. Domenica 11 ottobre una frana ha ucciso due lavoratori nel settore sud di El Teniente, la principale miniera di Codelco, società statale cilena. Per l’Ufficio Studi di Money.it, che ha ricostruito la vicenda, si somma a due problemi già aperti negli ultimi giorni.

Sul mercato londinese dei metalli (LME) il contratto a tre mesi vale circa 14.635 dollari la tonnellata, l’1,6% meno del primato di 14.875 segnato il 10 settembre. Oltreoceano il Comex quota 6,72 dollari a libbra, sopra del 31,5% rispetto a un anno fa e appena sotto il picco di 6,85.

Il primo fronte riguarda Centinela, impianto del gruppo Antofagasta. Mercoledì 7 ottobre 709 operai, cioè il 22% del personale diretto, hanno incrociato le braccia perché la mediazione dell’Ispettorato del lavoro era fallita. L’impianto dà quasi il 37% del rame del gruppo e per ora lavora con le scorte. Il contraccolpo sul metallo arriverà fra circa due settimane e sarà più netto a novembre.

Il secondo è Escondida, controllata da BHP e prima miniera di rame del pianeta. I supervisori iscritti al sindacato numero 2 hanno approvato lo sciopero: 955 sì su 1.007 votanti. BHP ha però ottenuto la mediazione obbligatoria, che blocca la protesta cinque giorni lavorativi, estendibili ad altri cinque. Lo stop potrebbe partire martedì 13 ottobre, secondo gli operatori del settore.

Il Cile produce meno di prima. Tra gennaio e luglio 2026 l’output è calato del 7,1%, per un totale vicino a 2,9 milioni di tonnellate, il dato più basso dal 2003 per quei mesi. Il solo agosto ha dato 369.500 tonnellate, cioè il 12,8% in meno su base annua e il livello peggiore dal febbraio 2011. A El Teniente pesa ancora il crollo del 31 luglio dell’anno scorso: nei sette mesi la miniera ha perso il 26,5%.

Ad agosto la Cochilco, l’ente pubblico cileno che monitora il rame, aveva già limato la previsione per quest’anno, portandola a 5,27 milioni, in tonnellate. Scommetteva su una seconda metà dell’anno migliore, con El Teniente tra i motori. Dopo la frana, quella ripresa è meno credibile.

Un dato misura la scarsità meglio del listino, e sta altrove. Le miniere riconoscono alle fonderie una tariffa per raffinare il concentrato, di solito positiva. Adesso il mercato fisico tratta, nelle trattative di ottobre, attorno a meno 240 dollari la tonnellata, con aggiudicazioni anche a meno 300-310. Il flusso si è invertito: a pagare per ottenere il concentrato sono le fonderie.

La radice è strutturale. Nel periodo dal 2005 a oggi la Cina ha generato più del 90% dell’aumento globale di capacità di fusione e oggi raffina circa metà del rame mondiale. Gli impianti sono troppi rispetto a un minerale grezzo che resta fermo. L’Agenzia internazionale dell’energia avverte che, entro il 2035, l’offerta potrebbe risultare inferiore alla domanda del 30%.

C’è poi un problema di dove si trova il metallo. Dazi americani sul rame raffinato sono ipotizzati ma mai confermati, e intanto gli operatori hanno spostato rame nei magazzini statunitensi. Le scorte del Comex sono a 711.609 tonnellate, un massimo storico, mentre quelle londinesi si fermano a 233.025.

Così si spiegano le previsioni mancate. L’11 dicembre 2025 Goldman Sachs indicava, per quest’anno, un prezzo fra 10.000 e 11.000 dollari, con un’eccedenza di offerta. Oggi le quotazioni superano quel limite di oltre il 30%. La domanda ha tenuto il passo previsto; a sbagliare è stata l’offerta.

Nei prossimi giorni contano lo sciopero a Escondida e l’impatto di Centinela. Chi investe in titoli minerari farebbe bene a seguire anche le tariffe delle fonderie, non soltanto la quotazione.

Analisi dell’Ufficio Studi di Money.it, pubblicata lunedì 12 ottobre 2026.