INWIT potrebbe uscire dalla Borsa a undici anni dal debutto. Secondo QuiFinanza, i due soci più grandi, Oak Holdings 1 e Ardian, avrebbero chiesto alle banche i fondi per rilevare tutte le azioni in mano al mercato. La società gestisce torri per le telecomunicazioni in Italia. Per ora è un progetto, non un’operazione annunciata.
L’idea allo studio si chiama take private: i soci rilevano il resto del capitale e ritirano il titolo dal listino. Potrebbe entrare nella partita anche il fondo sovrano abudhabino Mubadala. Nessuna offerta è stata formalizzata, non c’è un prezzo e INWIT ha fatto sapere di non avere informazioni. Nessun commento da Mubadala, Ardian, Vodafone, KKR e Global Infrastructure Partners.
Il 32% circa del capitale fa capo ad Ardian. Oak Holdings, dove stanno Global Infrastructure Partners, Vodafone e KKR, sfiora il 39%. Insieme i due fanno circa il 71%, su una società con una capitalizzazione di circa 6,3 miliardi. Quel 71% non basta da solo a decidere l’uscita dal listino: contano la struttura dell’operazione e l’eventuale azione concertata dei soci.
Per comprare il resto servirebbe con ogni probabilità un’Opa, cioè un’offerta pubblica di acquisto rivolta a tutti gli azionisti. Se parte, chi ha le azioni non deve decidere in fretta. Prima arrivano le condizioni scritte nero su bianco, gli obiettivi e un calendario per aderire. Il premio sul prezzo precedente all’annuncio è oggi impossibile da stimare.
Dire no all’inizio non garantisce di restare soci a tempo indeterminato. Oltre il 90% scattano obblighi legati al flottante, cioè alla quota di titoli davvero scambiabili. Al 95% l’offerente può rilevare ciò che resta, con la procedura detta squeeze-out. Sotto quelle soglie il rischio è un altro: un titolo con pochi scambi, più difficile da vendere e più ballerino.
Perché i fondi si muovono adesso? Il titolo ha perso circa il 27% in un anno. Il parco conta circa 26mila torri, oltre 850 coperture indoor e più di 12mila tra piccole celle e ripetitori, con ricavi garantiti da contratti lunghi. Il calo nasce da un problema preciso: I clienti principali, TIM e Fastweb, hanno avviato le procedure per sciogliere o rivedere i contratti. Per INWIT restano validi sino al 2038, e le disdette sono state contestate.
Anche i conti pesano. A fine giugno l’indebitamento netto era di circa 5,45 miliardi, cioè 5,7 volte l’Ebitda. I risultati semestrali sono in linea con le previsioni della società, con una crescita più lenta e più scontri con i clienti.
Per i fondi, un titolo depresso dalla vertenza è l’occasione di prendere tutta un’infrastruttura strategica senza render conto ogni trimestre al mercato. Per i piccoli soci conta solo il prezzo. Un premio ampio renderebbe l’uscita appetibile. Un’offerta calibrata sui valori schiacciati dal contenzioso aprirebbe invece uno scontro sul valore giusto della società.
Chi ha INWIT in portafoglio farebbe bene a non reagire al rialzo o al ribasso del titolo nei prossimi giorni. I segnali che contano sono quattro: l’arrivo di un’offerta, il prezzo offerto, i requisiti perché diventi efficace e l’esito della causa con TIM e Fastweb.
Secondo QuiFinanza, in un articolo di Donatella Maisto pubblicato il 12 ottobre 2026, il progetto è ancora allo stato di indiscrezione.