Negli Stati Uniti un mutuo fisso a trent’anni costa in media il 7,4%, livello che non si vedeva dal novembre 2023. Lo rileva Freddie Mac per la settimana chiusa giovedì 8 ottobre: è il settimo rialzo settimanale di fila. Un anno fa il tasso viaggiava intorno al 6,3%.
Secondo Money.it, il dato dice più di quanto sembri sul mercato immobiliare di un altro continente. È il sintomo di una fase di denaro caro oltre le attese, quella che gli operatori di Wall Street battezzano higher for longer.
Il blocco del mattone americano nasce dai mutui già in essere. Wolf Street ha rielaborato i numeri dell’agenzia federale per la finanza abitativa: su metà dei prestiti in corso (50,6%) pagava meno del 4% a fine 2025. Quasi uno su cinque scendeva sotto il 3%. Vendere casa significherebbe indebitarsi di nuovo oltre il 7%, quindi molti restano fermi. Le compravendite di usato rallentano e cambiare città per lavoro diventa più caro.
Poi c’è il fronte degli uffici e dei negozi. Il loro debito arriva a scadenza e va rinnovato a condizioni molto più dure di quelle d’origine. Il conto più salato tocca alle banche regionali americane, che su questo segmento hanno l’esposizione maggiore.
Il legame con l’Europa passa dai titoli di Stato. Il Treasury a dieci anni è salito sopra il 5% di rendimento il 23 settembre, valore mai visto dal 2007. Con rendimenti americani così, i tassi europei stentano a calare. Il BTP a dieci anni si aggira tra il 4,5% e il 4,6%, e la BCE ha rialzato i tassi in giugno e in settembre, due volte nel 2026.
Per le famiglie il canale diretto è l’Eurirs, il riferimento a cui le banche agganciano i mutui fissi. Il 20 anni segnava il 3,67% all’8 ottobre, il 30 anni il 3,51%. Finché restano lì, chi chiede oggi un mutuo fisso difficilmente troverà offerte migliori delle attuali. Pesa anche la geografia della ricchezza: la casa è di proprietà per circa tre famiglie italiane su quattro e pesa più di ogni altra voce sul loro patrimonio. Con tassi alti i giovani ottengono più di rado il finanziamento, oppure ricevono un importo ridotto.
Resta il nodo del debito pubblico, salito oltre 3.200 miliardi a giugno. Ogni BTP che scade viene sostituito con uno più caro rispetto agli anni scorsi. La spesa per interessi aumenta e restringe lo spazio per la manovra in preparazione. Intanto la fase attuativa del Pnrr è finita ad agosto. Il Piano contava 194,4 miliardi: 122,6 sono prestiti, 71,8 sovvenzioni che non vanno restituite. Lo stimolo della spesa pubblica si esaurisce quando il costo del denaro sale, e i prestiti europei dovranno essere rimborsati.
Per Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM e BPER l’effetto cambia con il tempo. Nel breve i tassi alti aiutano il margine d’interesse, cioè lo scarto tra ciò che la banca incassa sui prestiti e ciò che paga a chi deposita. Più avanti il quadro può girare. Se la banca concede meno mutui e le rate pesano su famiglie e imprese, i crediti deteriorati risalgono e aumentano le somme accantonate a copertura. I conti odierni sembrano solidi, mentre il rischio matura nei bilanci dei trimestri a venire.
Non serve cambiare scelte da un giorno all’altro. Nelle prossime settimane conviene seguire tre dati: il tasso Freddie Mac, che esce ogni giovedì, l’Eurirs e gli accantonamenti nelle trimestrali delle banche italiane.
Secondo Money.it, articolo di Tommaso Scarpellini pubblicato il 12 ottobre 2026.