L’industria italiana è tornata sopra quota 50 a settembre: l’indice Pmi manifatturiero ha toccato 50,4 punti, contro i 49,6 di agosto. Il dato, pubblicato giovedì 1 ottobre, ha battuto anche le attese degli analisti, che puntavano su 50,0.

Una precisazione serve subito. Il Pmi è un sondaggio mensile tra i responsabili degli acquisti delle imprese, e la soglia dei 50 punti separa chi dichiara condizioni migliori rispetto al mese precedente da chi le dichiara peggiori. Un 50,4 racconta quindi un lieve miglioramento su agosto, non un’industria che produce di più in assoluto.

Il contesto spiega il peso del rimbalzo. A luglio l’indice italiano stava a 51,3, poi ad agosto è arrivata la prima contrazione dell’anno, dopo quella di gennaio. Settembre chiude il buco, ma di poco. Per l’economista Eleanor Dennison, analista di S&P Global, il trimestre si è chiuso su basi più stabili. La domanda resta fragile, ma ad agosto i nuovi ordini erano scesi molto di più.

Le imprese guardano comunque avanti con un certo ottimismo. Nei prossimi dodici mesi si aspettano più produzione e più assunzioni. Pesa però un’incertezza che deriva dalla guerra mediorientale e minaccia gli investimenti.

Il resto d’Europa si è mosso in direzione opposta. In Germania l’indice di settembre è sceso a 53,8, sotto il 54,0 atteso e dal 54,3 del mese prima. Resta molto sopra la soglia, ma gli analisti hanno definito il rallentamento inatteso. La Francia ha perso più terreno: da 51,1 di agosto a 50,3, con previsioni ferme a 50,9.

Letti insieme, i tre numeri ribaltano la gerarchia dei mesi scorsi. Berlino è ancora davanti per livello assoluto, ma Roma è l’unica delle tre a migliorare. Il confronto va fatto sempre mese su mese, perché ogni indice misura la distanza dalla propria rilevazione precedente, non dagli altri Paesi.

Per l’Eurozona nel complesso il Pmi è rimasto a 52,7, invariato su agosto e appena sopra il 52,6 previsto. La sottoscala che misura la produzione è salita a 53,4: non succedeva da più di quattro anni. Chris Williamson, che di S&P Global è il responsabile dell’analisi economica, lo collega a un Pil in crescita dello 0,4% trimestrale. Aggiunge che questa tenuta potrebbe spingere la Bce ad alzare i tassi prima della fine dell’anno.

Quella di Williamson è una lettura, non una decisione. La Bce non ha annunciato nulla in questo senso, e la lettura poggia su un sondaggio di una società privata. Pesa anche un’altra previsione: Philip Lane, economista di punta dell’istituto di Francoforte, aveva messo in conto prezzi dell’energia più ostinati di quanto atteso, un elemento che rende più credibile il rialzo.

Dagli Stati Uniti arrivano segnali più forti, ma contrastanti. Il Pmi flash di S&P Global per settembre è balzato a 57,0 da 53,9, una corsa mai così veloce dall’aprile 2022. L’indice dell’Institute for Supply Management, più seguito dagli investitori istituzionali, raccontava invece ad agosto un calo a 54,6, da 55,6 di luglio. Il numero di settembre dell’Ism sarebbe uscito giovedì alle 16

italiane, ma Money.it non ne indica l’esito.

Per chi ha un mutuo a tasso variabile o valuta un investimento in titoli industriali, i prossimi due appuntamenti contano più del singolo mese: il Pmi italiano di ottobre, per capire se il rimbalzo regge, e la riunione della Bce, per capire se i tassi salgono davvero.

Secondo Money.it, che ha pubblicato l’analisi dei Pmi manifatturieri di settembre giovedì 1 ottobre 2026.