Tra aprile e giugno 2026 il Pil dell’Italia ha guadagnato lo 0,2% sui tre mesi precedenti. Sul secondo trimestre del 2025 la crescita arriva all’1%. Lo dice l’Istat nel suo rapporto del 5 ottobre, che conferma la stima diffusa a settembre.
Il dato che conta per capire come finirà l’anno è un altro: la crescita acquisita, cioè lo 0,8%. È il risultato che l’Italia otterrebbe a dicembre se da qui in avanti l’economia restasse esattamente dov’è. Non è una previsione. Per superarlo servono trimestri con il segno più anche nella seconda metà del 2026, altrimenti l’anno si chiude con una crescita lenta, o peggio.
A tenere in piedi il Pil è la domanda interna. La spesa delle famiglie resta il motore principale: i consumi finali crescono di uno 0,2% sul trimestre precedente. Anche gli investimenti fissi lordi, cioè gli acquisti di macchinari, impianti e infrastrutture da parte di imprese e Stato, hanno guadagnato lo 0,2%. Secondo l’Istat, però, non sono loro a spiegare la spinta arrivata dal fronte interno.
Lì entrano le scorte, che aggiungono lo 0,1%. Un magazzino che si riempie sostiene il Pil sulla carta, ma racconta anche che le imprese hanno prodotto più di quanto hanno venduto. Quelle merci vanno smaltite nei prossimi mesi. Se investimenti ed export non ripartono, a reggere la crescita restano soltanto i consumi.
Il commercio estero non aiuta. Rispetto al primo trimestre le esportazioni sono cresciute dell’1%, le importazioni dell’1,5%. Il saldo della domanda estera netta toglie così 0,1 punti percentuali al Pil. Vendere di più all’estero fa bene, ma conta poco se si compra ancora più in fretta.
La divisione per settori mostra la frattura. I servizi hanno aumentato il valore aggiunto dello 0,4%. L’agricoltura, con silvicoltura e pesca, ha perso lo 0,1%. L’industria è scesa dello 0,6%, il calo più marcato tra i tre comparti. Un’economia che cresce grazie a turismo, negozi e consulenze per le aziende e si indebolisce dove si produce è meno solida di quanto dica il +0,2%.
Questo squilibrio arriva fino alla busta paga. QuiFinanza, che ha analizzato il rapporto Istat, collega la crescita lenta alla scarsa capacità delle imprese di concedere aumenti salariali. Se i prezzi dei beni di prima necessità salgono, il potere d’acquisto si erode. Sul fronte del lavoro, aumenta il divario tra le competenze richieste e quelle disponibili, e le aziende faticano a trovare personale.
Il quadro per l’industria è più duro. Una produzione debole può portare a più cassa integrazione, con un costo in più per lo Stato, e a stop alle assunzioni nelle filiere più esposte. Meno gettito e più spesa riducono lo spazio del governo per tagliare le tasse o finanziare nuovi interventi.
Chi lavora nell’industria o ha un contratto in scadenza in un settore esposto farebbe bene a seguire il prossimo dato Istat sul terzo trimestre. Dirà se i consumi riescono ancora a sostenere da soli la crescita.
Dati Istat del 5 ottobre 2026 sul secondo trimestre, spiegati da QuiFinanza il 7 ottobre 2026.