Il disavanzo commerciale degli Stati Uniti è salito ad agosto fino a quota 105,6 miliardi di dollari, con un balzo del 13,7% su luglio. Martedì 6 ottobre i due uffici statistici americani, Census Bureau e BEA, hanno pubblicato un valore che supera i 102 miliardi attesi dagli economisti interpellati da Reuters. Un livello così alto mancava da marzo 2025: allora le imprese avevano comprato in anticipo dall’estero per battere le tariffe.

I dazi dovevano ridurre lo squilibrio, e invece il conto peggiora. Money.it, che ha analizzato i numeri, indica nelle importazioni il motivo: sono cresciute del 4,3% e segnano il massimo storico, 420,8 miliardi. Le esportazioni hanno spinto molto meno, +1,4%, e si sono fermate a 315,2 miliardi. Il disavanzo di novembre 2024 valeva 79,8 miliardi.

Tre spinte spiegano l’aumento. Le aziende stanno rifornendo i magazzini, svuotati per cinque trimestri di fila. Poi c’è l’energia: forniture e materiali industriali costano 9,1 miliardi in più, di cui 3,3 miliardi sono greggio. La terza spinta è la più strutturale, cioè l’intelligenza artificiale. Gli acquisti di beni strumentali sono arrivati al massimo storico di 146,4 miliardi, tra semiconduttori e macchinari.

Il confronto sugli accessori per computer è netto: nei primi otto mesi del 2026 pesano 158,5 miliardi, mentre l’anno scorso, nello stesso arco di tempo, erano 89,5. Per paese, Messico, Vietnam e Malaysia hanno segnato scambi di beni mai così sbilanciati a favore loro.

Perché i dazi non bastano? Christopher Rupkey, economista capo di FWDBONDS, definisce la politica commerciale dell’amministrazione Trump largamente fallimentare. Il suo ragionamento è semplice. Gli Stati Uniti non producono quanto consumano, e il costo del lavoro rende le merci locali troppo care. Nuove fabbriche non nascerebbero in tempo per rimpiazzare l’import. Se la domanda corre più dell’offerta interna, si compra all’estero anche a prezzi più alti.

Il costo si vede già sulla crescita. Per tre trimestri di fila il commercio estero ha frenato il Pil e, nelle stime degli economisti, nel terzo trimestre potrebbe sottrarne fino a 2,5. Goldman Sachs ha limato al 3,1% la previsione annualizzata per luglio-settembre, dal 3,4%. Nel secondo trimestre la crescita era stata del 2,2%.

Poi ci sono i prezzi. I dazi li pagano gli importatori americani e il rincaro scivola lungo la filiera fino agli scaffali. Carl Weinberg, economista capo della società di analisi High Frequency Economics, avverte la Federal Reserve: sotto lo shock energetico c’è una spinta inflazionistica che nasce dalla domanda. A settembre la banca centrale americana ha alzato i tassi di 25 punti base, in una forbice tra 3,75% e 4%. Un aumento simile non si vedeva da tre anni. Money.it scrive che i numeri appena usciti alimentano le attese di un’altra stretta entro dicembre.

Resta il dollaro. Un disavanzo più largo si finanzia con capitali stranieri, e finché gli investitori comprano asset americani la valuta regge. Se l’interesse si raffreddasse, il riequilibrio passerebbe da un dollaro più debole: importare costerebbe ancora di più e l’inflazione salirebbe.

Per chi ha risparmi o investimenti in dollari, la prossima riunione della Fed e il dato sul Pil americano del terzo trimestre diranno se la stretta continua e quanto pesa il commercio estero.

Secondo Money.it (Ufficio Studi), articolo del 7 ottobre 2026 sui dati di agosto del Census Bureau e del Bureau of Economic Analysis.