Lunedì 12 ottobre il Brent è partito da 105,48 dollari il barile, mentre il WTI valeva 92,44 dollari. Venerdì il mercato scommetteva su una distensione, poi il fine settimana ha ribaltato il quadro: gli Houthi hanno rivendicato un nuovo attacco contro lo scalo aereo della capitale saudita e due petroliere sono finite sotto tiro tra l’Oman e Hormuz.
Secondo Money.it, che ha messo a confronto le previsioni delle grandi banche, a metà mattina il Brent era già sceso a 104,07 dollari. Il ritracciamento vale poco più di mezzo punto percentuale. Il prezzo resta comunque ben sopra quasi tutte le stime degli analisti.
Goldman Sachs ha rivisto la previsione sul Brent di dicembre: 90 dollari, mentre prima ne indicava 85. La banca resta convinta che le forniture mediorientali si adatteranno e che i prezzi scenderanno. Avverte però che un’altra escalation spingerebbe il barile verso l’alto con forza. Dentro il prezzo di oggi, dice, c’è un sovrapprezzo da rischio geopolitico di poco più di 20 dollari. Senza quella quota, i fondamentali di mercato reggerebbero un barile intorno a 85.
Le altre stime sono lontane tra loro. L’agenzia statunitense EIA vede 105 dollari nel quarto trimestre, cioè 14 dollari sopra la sua previsione precedente. Morgan Stanley, che ha aggiornato il quadro il 25 agosto, indica 100 dollari. Citi, il 3 settembre, puntava sulla riapertura dello stretto e su un barile a 70 dollari entro fine anno. JPMorgan ha scelto di non scegliere: in settembre ha abbandonato lo scenario base, e Natasha Kaneva, che guida la strategia sulle commodity, ha ammesso di non sapere come modellare l.epilogo della crisi.
Perché il mercato viaggia sopra le previsioni? Ogni stima descrive lo scenario centrale, mentre la quotazione include anche la probabilità dei casi peggiori. Il sovrapprezzo calcolato da Goldman misura proprio quell’assicurazione. Se i negoziati ripartissero, potrebbe sgonfiarsi in fretta. Se gli attacchi colpissero le infrastrutture saudite, il rischio diventerebbe una perdita reale di barili.
Sul fronte dell’offerta i numeri sono pesanti. Secondo Kpler, nei sette giorni terminati il 7 ottobre lo stretto ha visto transitare 8,5 milioni di barili quotidiani di greggio, il 40% circa sotto la norma. Eppure i flussi avevano già superato i livelli prebellici nei primi giorni del mese. Sul piano diplomatico, poi, il calendario non aiuta: in Israele si vota il 27 ottobre, negli Stati Uniti il 3 novembre.
Il punto più concreto per chi guida è un altro. La tensione si scarica soprattutto sui prodotti raffinati, perché il Golfo esporta molto gasolio e carburante per aerei. Morgan Stanley segnalava già in agosto, tra gasolio e Brent, un divario record, 75 dollari per ogni barile. In Italia, secondo l’Osservatorio del Mimit, l’11 ottobre il gasolio self costava in media 2,253 euro al litro; la benzina si fermava a 2,036.
Pesa anche una scadenza fiscale: lo sconto sul gasolio, 6,1 centesimi per litro, è finito il 6 ottobre. I prezzi alla pompa, inoltre, non incorporano ancora l’ultimo rialzo del greggio. Camion e imprese, che consumano soprattutto gasolio, sono i primi esposti.
Poi ci sono le bollette. In settembre Citi stimava il gas europeo (indice TTF) a 56 euro per megawattora, nell’ultimo trimestre dell’anno, per i problemi alle esportazioni di gas liquefatto che passano da Hormuz. Con i caloriferi che si accendono, petrolio e gas raggiungono i conti di casa con qualche settimana di scarto.
C’è infine la Bce. Nei verbali di settembre ha indicato nella portata e nei tempi dello shock sull.energia il fattore che peserà di più sulle sue mosse. Money.it scrive che, se il Brent resta oltre i 100 dollari, nel Consiglio del 29 ottobre salirà la pressione per un terzo aumento dei tassi.
Chi ha un mutuo a tasso variabile dovrebbe guardare quella data prima ancora del prezzo alla pompa. Per le bollette, l’effetto vero si vedrà nelle fatture dei prossimi mesi.
Secondo Money.it, che ha pubblicato l’analisi dell’Ufficio Studi lunedì 12 ottobre 2026.