L’Unem, l’associazione che riunisce i principali gruppi italiani della raffinazione, della logistica e della distribuzione di carburanti, ha scritto al ministro Gilberto Pichetto Fratin e ha indirizzato lo stesso messaggio alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il presidente dell’associazione, Gianni Murano, avverte che un nuovo prelievo sul comparto ridurrebbe la capacità delle imprese di investire. Il rischio, scrive Murano, è un disincentivo in più a operare sul territorio europeo.
La lettera arriva mentre l’esecutivo cerca nuove risorse per interventi mirati contro il caro carburanti. Tra le ipotesi allo studio circolerebbe anche un contributo aggiuntivo sui margini del settore energetico, sul modello della tassa sugli extraprofitti varata a livello europeo nel 2022.
La tesi dell’associazione è diversa da quella più diffusa nel dibattito pubblico. Per l’Unem il problema non è la scarsità di greggio disponibile sul mercato. È una capacità di raffinazione insufficiente in Europa, che l’associazione quantifica in alcuni milioni di barili ogni giorno rispetto al fabbisogno. La causa, secondo Murano, è una politica energetica che nell’ultimo decennio ha puntato sulla decarbonizzazione senza dare la stessa attenzione alla sicurezza degli approvvigionamenti, portando alla chiusura di diversi impianti nell’Unione e a una dipendenza crescente dalle importazioni di prodotti già raffinati.
Nella missiva l’Unem cita anche l’aumento dell’Irap deciso con il decreto del 20 febbraio scorso, che ha già pesato sul comparto. L’associazione sostiene inoltre che tra gennaio e luglio, al netto delle imposte, i prezzi industriali italiani di benzina e gasolio siano rimasti sotto la media europea rispettivamente di 3 e 8 centesimi al litro. Un miliardo di euro: è questa, secondo i calcoli dell’associazione, la differenza tra quanto versato dal settore nello stesso periodo e quanto avrebbe versato allineandosi alla media Ue. Sul fronte dei margini, l’Unem richiama dati dell’Agenzia internazionale dell’energia del 12 agosto: nell’area mediterranea, tra gennaio 2021 e luglio 2026, il margine lordo di raffinazione si è fermato in media a 4,6 dollari al barile, sotto i costi operativi tipici di un impianto complesso.
Il precedente del 2022 è al centro dell’argomento di Murano. Dopo l’introduzione della tassa europea sugli extraprofitti, sostiene, diversi gruppi internazionali hanno spostato nuovi investimenti verso aree più competitive. La raffinazione, spiega il presidente Unem, è un’attività ciclica: lunghi periodi di margini negativi si alternano a fasi brevi di margini positivi, e intervenire fiscalmente proprio in quelle fasi scoraggia i piani di conversione industriale che richiedono orizzonti pluriennali.
Il testo della lettera non fornisce una stima specifica di quanti posti di lavoro o quanta capacità produttiva potrebbero essere a rischio in caso di nuovo prelievo. L’associazione si limita a segnalare la possibilità di ulteriori perdite occupazionali qualificate, senza numeri a supporto di quella parte dell’allarme.
Per chi guarda al prezzo dei carburanti nei prossimi mesi, il punto da seguire non è la lettera in sé ma la risposta del governo. Se l’esecutivo sceglie comunque un prelievo aggiuntivo, il tema diventa quanto rapidamente gli investimenti nella conversione delle raffinerie italiane rallenteranno, con effetti che si vedrebbero prima sull’occupazione del settore che sul conto in tasca degli automobilisti.
Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore il 29 agosto 2026, la lettera è stata inviata dal presidente dell’Unem Gianni Murano al ministro Gilberto Pichetto Fratin e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.