Il prezzo dei permessi di emissione europei, le quote Eua, sta risalendo dopo un inizio d’anno difficile. Il contratto future con scadenza dicembre 2026 aveva raggiunto quota 86 euro per tonnellata il 22 luglio, adesso viaggia poco sopra 81 euro. A marzo la stessa quota era scesa sotto i 67 euro. Nei quattro mesi successivi il recupero ha sfiorato il 30%.
Per capire l’andamento, serve guardare a come funziona il mercato. Le imprese ottengono i permessi in parte gratuitamente, su base di benchmark settoriali, e in parte tramite asta pubblica. Il resto si scambia poi su un mercato secondario. Andrea Ronchi guida oggi CO2 Advisor, la consulenza che ha fondato, e indica nel rischio regolatorio la variabile che pesa di più. A differenza di petrolio, gas o carbone, i permessi non escono da un giacimento. Dipendono dal numero di quote che la Commissione europea sceglie di distribuire e dalle norme che ne creano la scarsità.
Il meccanismo europeo di scambio delle quote, l’Ets, esiste dal 2005. Nei primi anni la carenza si è vista solo sulla carta: le prime due fasi distribuirono troppe quote gratuite, senza correttivi efficaci. Ronchi ricorda che la crisi del 2008 tagliò le emissioni soprattutto per il crollo della produzione industriale, non per scelte di decarbonizzazione. A inizio 2017 una quota valeva circa cinque euro; dal 2022 il prezzo si è stabilizzato sopra i 70 euro.
A gennaio 2026 il prezzo aveva superato i 90 euro, poi il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha aperto alla possibilità di rivedere o addirittura sospendere il sistema Ets. Le quotazioni hanno lasciato sul terreno quasi il 20% rispetto ai livelli di inizio anno. Ronchi legge quel calo come un’anomalia, provocata da un timore regolatorio più marcato del solito, dentro una tendenza di fondo che resta comunque rialzista.
La ripresa ha anche altre cause. Il primo motivo è un ritardo nell’assegnazione delle quote gratuite: gran parte delle imprese coinvolte dall’Ets opera in comparti a rischio di rilocalizzazione produttiva e continua a riceverle senza pagarle, calcolate su benchmark di settore. Per il periodo 2026-2030, i nuovi parametri sono arrivati solo a fine giugno, e le quote del 2026 non sono ancora state distribuite: un ritardo di tre mesi, dice Ronchi. Manca così la disponibilità per coprire gli impegni del 2025, in scadenza a settembre.
Un’altra spinta arriva dagli investitori finanziari, più attivi alle aste tra giugno e luglio. In Italia sono 680 i soggetti coinvolti dall’Ets, per un totale di circa 1.200 impianti, ma chi partecipa alle aste resta appena 25 soggetti: circa la metà arriva dal mondo della finanza, non dall’industria. Per Ronchi la speculazione non è un problema in sé: aggiunge liquidità e garantisce sempre una controparte. Il punto critico, dice, è che alle aste dovrebbero accedere solo gli operatori toccati dalla normativa, in proprio o tramite soggetti finanziari incaricati direttamente da loro.
Il 17 luglio la Commissione europea ha reso nota la proposta di riforma dell’Ets attesa da mesi: tra le novità, lo slittamento al 2038 dell’uscita dalle quote gratuite e l’obbligo di investire nella riduzione delle emissioni per continuare a riceverle. Secondo Ronchi la proposta estende le assegnazioni gratuite, ma non riporta il sistema al meccanismo originario, in cui un’azienda capace di tagliare le emissioni vendeva il surplus a un concorrente meno efficiente e il risparmio dell’una diventava il guadagno dell’altra. Con le aste, arrivate dal 2013, quel meccanismo si è indebolito: resta un costo da contenere, non più un incentivo, ed è per questo, spiega Ronchi, che l’Ets sta diventando, passo dopo passo, una tassa sul carbonio.
Il testo dovrà passare al vaglio di Parlamento europeo e Stati membri, che si sono dati come traguardo la chiusura dei negoziati nei primi tre mesi del 2027. Per Ronchi il tempismo pesa quanto il merito. A settembre si vota nei länder della Germania orientale, dove l’AfD, il partito di estrema destra tedesco, è data in forte crescita. In Francia, intanto, i partiti contrari a un prezzo obbligatorio sul carbonio guidano nei sondaggi. Pesano anche le sigle di categoria dei principali paesi europei, che spingono per ammorbidire il testo. Il negoziato si apre così in uno scenario politico molto lontano da quello immaginato dalla Commissione quando ha scritto la proposta.
Per chi investe in aziende energivore o segue fondi orientati alla transizione ecologica, il segnale da monitorare nei prossimi mesi non è il prezzo dell’Eua in sé, ma il ritmo delle nuove assegnazioni gratuite. Se il ritardo non si chiude entro settembre, la scadenza degli obblighi 2025 potrebbe spingere le quotazioni ancora più in alto.
Dati e dichiarazioni di Andrea Ronchi, fondatore di CO2 Advisor, riportati da Il Sole 24 Ore il 5 agosto 2026.