Il trattamento minimo dell’INPS potrebbe salire a un valore compreso tra 632 e 637 euro al mese nel 2027, contro i 619,80 euro di oggi. Il numero finale dipende dal tasso di inflazione che verrà certificato a fine 2026. La forbice resta ampia.
Oggi la stima ufficiosa si muove tra un minimo del 2% e un massimo del 2,8%. Solo il dato Istat di dicembre chiuderà davvero la forchetta. Fino ad allora, ogni cifra pubblicata rimane una proiezione.
La cifra dipende dalla perequazione automatica, il sistema che aggancia la rivalutazione degli assegni al carovita. Le regole in vigore riconoscono l’adeguamento pieno fino a quattro volte il trattamento minimo. Tra quattro e cinque volte, l’adeguamento scende al 90%. Oltre le cinque volte, si ferma al 75%. Un dettaglio tecnico, non trascurabile per chi ha una pensione più alta del minimo.
Tradotto in euro, la soglia dei quattro volte il minimo equivale a circa 2.480 euro lordi al mese: sotto quella cifra scatta la rivalutazione piena, sopra scende in modo graduale. La soglia dei cinque volte, oltre la quale l’adeguamento si ferma al 75%, corrisponde a circa 3.100 euro.
Il meccanismo esiste da anni proprio per proteggere il potere d’acquisto delle pensioni più basse dall’aumento dei prezzi. In diverse annate, però, l’adeguamento effettivo è rimasto sotto la perdita reale di potere d’acquisto, uno scarto che il solo automatismo non ha mai colmato del tutto.
Con un’inflazione ferma al 2%, l’assegno arriverebbe a circa 632 euro al mese. Con un’inflazione al 2,8%, lo scenario più alto tra quelli oggi in campo, il valore sale invece a circa 637 euro. Pochi euro di differenza, ma per chi vive con il minimo contano.
Da qualche anno ai trattamenti più bassi si aggiunge un incremento aggiuntivo dell’1,3%, che vale circa 20 euro in più al mese, riservato a chi si trova in condizioni economiche definite fragili. La misura attuale è valida fino al 31 dicembre 2026, poi serve una proroga esplicita. Non è automatica. Toccherà alla prossima manovra decidere se confermarla, sostituirla con un’altra misura o lasciarla cadere del tutto.
Secondo la ricostruzione pubblicata da InvestireOggi, il nodo politico non è la rivalutazione ordinaria, che scatta comunque grazie al meccanismo automatico, ma la copertura finanziaria dell’incremento supplementare nella prossima manovra di bilancio. Senza conferma, l’assegno del 2027 crescerebbe comunque con l’inflazione, ma perderebbe quella componente in più.
Chi riceve oggi il trattamento minimo maggiorato dovrebbe seguire i lavori sulla manovra nei prossimi mesi: la conferma o meno dei 20 euro extra pesa più della sola rivalutazione legata all’inflazione, e si deciderà lì, non nel dato Istat di fine anno.
Dati ed elementi tratti dall’analisi di Pasquale Pirone pubblicata da InvestireOggi il 5 agosto 2026.