Gli assegni pensionistici del 2027 potrebbero crescere più di quanto il governo aveva previsto in primavera. Secondo l’Istat, l’inflazione acquisita è già al 2,9% per il 2026, un dato che indica quanto sarebbe in media l’inflazione dell’anno se da qui a dicembre i prezzi restassero fermi. Le previsioni di aprile, contenute nel Documento di finanza pubblica (l’aggiornamento periodico dei conti pubblici), si fermavano invece al 2,8%. Un decimo di punto sembra poco, ma su milioni di assegni sposta cifre reali.

Il numero non è ancora quello definitivo. La rivalutazione delle pensioni non segue l’indice generale dei prezzi, ma un parametro diverso: quello riferito a operai e impiegati, calcolato sui prezzi al consumo e depurato dal tabacco. Il valore ufficiale arriverà solo con il decreto ministeriale, atteso a novembre, dopo che l’Istat avrà pubblicato il dato consolidato del 16 settembre.

Il 2,9% arriva da un contesto di prezzi in accelerazione. Ad agosto l’indice nazionale dei prezzi è cresciuto di uno 0,5% rispetto al mese precedente, portando l’inflazione annua al 3,3%: un mese prima si fermava al 2,9%. A spingere i prezzi è soprattutto l’energia, la cui crescita è passata dall’11,6% al 17%. La spesa alimentare, invece, resta ferma all’1%, mentre l’inflazione di fondo, che esclude le voci più volatili, è scesa all’1,5%.

Chi guadagna più della media non riceverà comunque l’intero aumento su tutto l’assegno. Il trattamento minimo per il 2026 è di 611,85 euro al mese, e quattro volte tale importo corrisponde a 2.447,40 euro: sopra questa soglia la rivalutazione scende al 90% dell’indice. Oltre cinque volte il minimo, cioè 3.059,25 euro, la quota eccedente viene rivalutata solo al 75%. Solo la parte di assegno sotto i 2.447,40 euro riceve l’aumento pieno: su una pensione lorda da 2.800 euro, per esempio, la percentuale ridotta si applica soltanto ai 352,60 euro che superano quella prima soglia, non all’intero importo.

Con un indice ipotetico del 2,9%, ancora da confermare, gli effetti in busta cambiano parecchio in base all’importo di partenza. Una pensione da mille euro salirebbe di 29 euro al mese, una da duemila di 58 euro: sotto la prima soglia l’aumento resta proporzionale all’importo di partenza. Chi si ferma esattamente sulla prima soglia, 2.447,40 euro, guadagnerebbe 70,97 euro. Da lì in su il calcolo si complica, perché ogni fascia successiva pesa meno sull’incremento finale. Un assegno da 2.800 euro crescerebbe di poco più di 80 euro, perché solo la parte oltre la soglia viene tagliata al 90%. Uno da 3.500 euro salirebbe invece di 96,53 euro.

Chi riceve una pensione superiore a 2.447 euro al mese vedrà un aumento reale più basso della percentuale piena. Conviene segnare in agenda novembre: sarà il decreto ministeriale a chiarire quale fascia di rivalutazione si applica al proprio assegno.

Dati ripresi da un articolo di QuiFinanza a firma di Mauro Di Gregorio, pubblicato l’8 settembre 2026.