La riforma delle pensioni allo studio punta a estendere a tutti, con un minimo di 20 anni di contributi versati, la possibilità di uscire dal lavoro a 64 anni, non solo a chi ha iniziato la carriera dopo il 1996. Oggi quella soglia esiste già per i cosiddetti contributivi puri, la platea di chi non ha versato contributi prima del 1996 e la cui pensione futura vale almeno tre volte l’Assegno sociale (la prestazione minima garantita dallo Stato a chi ha un reddito basso): un multiplo che per le madri di un figlio si riduce a 2,8 e per chi ne ha almeno due a 2,6. Allargare la platea taglierebbe di tre anni l’attesa rispetto ai 67 previsti per la vecchiaia, ma l’assegno mensile ne risentirebbe.
Uscire prima pesa per due motivi validi per chiunque scelga i 64 anni. Si versano contributi per meno tempo, quindi il capitale accumulato è più basso: ipotizzando un’aliquota del 33% su uno stipendio lordo di 35.000 euro, lavorare tre anni in più farebbe accantonare altri 34.650 euro di contributi, che valgono quasi 1.943 euro lordi in più di pensione ogni anno. Un secondo fattore è il coefficiente di trasformazione, il parametro che converte il capitale in rendita: a 64 anni si applica il 5,088%, contro il 5,608% dei 67 anni. Su un capitale già accumulato di 300.000 euro, quello scarto da solo comporta un taglio di 1.560 euro lordi ogni anno.
Chi ha lavorato anche prima del 1996 si troverebbe davanti a un terzo taglio. Quella parte di carriera oggi rientra nel calcolo retributivo, più favorevole: nell’esempio calcolato da Money.it, dieci anni con un rendimento del 2% annuo su una retribuzione di riferimento da 35.000 euro varrebbero circa 7.000 euro l’anno. Passando al calcolo interamente contributivo, quegli stessi dieci anni si trasformano in un capitale, ipotizzato in 100.000 euro, su cui si applica un coefficiente del 5,088%: il risultato scende a circa 5.088 euro, quasi 1.912 euro in meno su base annua.
Messi insieme, questi tre effetti fanno perdere, al lordo, circa 5.415 euro l’anno a chi smette di lavorare a 64 anni: oltre 416 euro in meno ogni mese contando le tredici mensilità. L’assegno annuo lordo tocca i 25.767 euro per chi aspetta i 67 anni, contro i 20.352 euro di chi lascia a 64: un taglio vicino al 21%.
Il testo della riforma non è ancora scritto: si valuta 64 anni e un mese come età minima dal 2027, per l’adeguamento alla speranza di vita, e l’estensione ai lavoratori entrati prima del 1996 resta un’ipotesi. Chi si avvicina a quella soglia farebbe bene a farsi calcolare entrambi gli scenari prima di decidere: la differenza tra restare al lavoro e uscire prima si misura in migliaia di euro l’anno, non solo in mesi di libertà in più.
Calcoli ed esempi ripresi da un’analisi di Money.it firmata da Simone Micocci, pubblicata il 15 agosto 2026.