L’oro è tornato sopra i 4.440 dollari l’oncia a inizio settembre, recuperando gran parte del terreno perso nella correzione delle settimane precedenti. Il rimbalzo arriva al termine di un anno in cui il metallo aveva già segnato massimi mai raggiunti prima, seguiti da una fase di volatilità più alta del solito. La domanda ora non è se l’oro possa salire ancora, ma se questo recupero apra una fase rialzista nuova o chiuda semplicemente il conto di un ciclo già straordinario.

Il primo indizio arriva dai tassi. All’inizio del mese il rendimento del Treasury decennale indicizzato all’inflazione si aggirava al 2,45%, ben sopra il livello sotto il 2% di gennaio. Un tasso reale in salita di norma pesa sull’oro, che non paga cedole e diventa meno attraente quando le alternative senza rischio rendono di più. Che l’oro abbia retto lo stesso segnala che oggi pesano di più altre voci della domanda, più di quanto contassero in passato.

L’inflazione da sola spiega poco. A luglio i prezzi al consumo americani correvano al 3,4% annuo, con il dato core al 2,5% e l’energia in aumento del 14,7%. Numeri simili arrivavano dall’Eurozona, dove la stima di agosto indicava un’inflazione al 3,3%, in salita dal 2,9% di luglio. A muovere davvero l’oro non è il livello dei prezzi ma come reagiscono i banchieri centrali: se i tassi nominali restano alti insieme all’inflazione, il tasso reale sale e il metallo perde terreno; se invece scende nonostante prezzi ancora sopra target, lo scenario cambia segno.

C’è poi un fattore meno scontato: l’elettricità che serve a far girare i data center per l’intelligenza artificiale. Le proiezioni internazionali parlano di un balzo del fabbisogno energetico dei data center, da circa 485 terawattora del 2025 fino a un potenziale di 950 nel 2030, con gli Stati Uniti che potrebbero pesare per metà dell’aumento della domanda elettrica atteso fino a fine decennio. Costruire tutta questa capacità richiede investimenti pesanti in reti, gas naturale e rame, una spinta sui costi che nel breve periodo può rallentare il ritorno dell’inflazione verso gli obiettivi delle banche centrali, anche se nel lungo periodo l’automazione potrebbe avere l’effetto opposto.

Il sostegno più solido resta però quello delle banche centrali, che nel secondo trimestre hanno comprato circa 289 tonnellate d’oro, il massimo mai registrato per quel periodo dell’anno. Nel primo semestre il totale si ferma però a 345 tonnellate, meno degli anni scorsi: la corsa, insomma, non è lineare. La Cina compra da oltre venti mesi di fila e, in un sondaggio internazionale tra i responsabili delle riserve, l’89% si aspetta che le riserve auree mondiali crescano nei prossimi dodici mesi.

Anche gli ETF hanno cambiato direzione. Dopo il calo di 45 tonnellate nel secondo trimestre, a luglio il flusso è tornato positivo per quasi 3 miliardi di dollari, portando le riserve globali a 4.068 tonnellate. La domanda di gioielleria va invece nella direzione opposta, scesa del 17% su base annua a causa dei prezzi alti, mentre le miniere producono più di sempre: quasi mille tonnellate nel solo secondo trimestre.

Le stime per il 2027 restano caute. WisdomTree indica un livello centrale di 4.563 dollari, appena il 2,8% sopra i valori attuali; il consenso tra gli analisti si ferma intorno a 4.610 dollari, meno ottimista delle previsioni circolate mesi fa, quando si parlava di quota 5.000. Solo HSBC si spinge più in alto, con una media 2027 vicina ai 4.925 dollari e un possibile traguardo di fine anno a 5.025.

Chi ha un investimento in oro nel portafoglio dovrebbe guardare meno al prezzo giornaliero e più a un solo numero: il rendimento reale del Treasury decennale. È quello a decidere se il recupero di settembre diventa la base di una nuova salita o resta un rimbalzo dentro un ciclo che si sta già raffreddando.

Dati ed elaborazioni riportati da Money.it il 6 settembre 2026.