L’oro si è fermato ieri a 4.400 dollari l’oncia, in calo dello 0,10% nella giornata. Il metallo resta bloccato da giorni tra acquirenti e venditori, senza che nessuno dei due riesca a imporre una direzione chiara al prezzo. Il livello non è casuale. L’oro non paga interessi: ogni segnale sui tassi Usa sposta subito la convenienza a tenerlo in portafoglio rispetto a un titolo di Stato o a un conto deposito.
Chris Weston, responsabile della ricerca presso il broker australiano Pepperstone, sostiene che il bilancio dei rischi resti leggermente spostato al rialzo. Un nuovo tentativo di rottura sopra i 4.500 dollari, i massimi toccati la settimana scorsa, resta sul tavolo. Gli operatori restano però cauti anche sul dollaro: poca voglia di scommettere al rialzo sul biglietto verde in vista dei dati macro Usa di questa settimana. Un dollaro più debole rende l’oro più economico per chi compra in altre valute, e tende a sostenerne il prezzo.
Venerdì arrivano due numeri chiave dagli Stati Uniti: il dato sui prezzi alla produzione e, soprattutto, quello sui prezzi al consumo core. La Federal Reserve li guarderà da vicino prima del meeting della prossima settimana. Secondo Weston, servirebbe uno shock inflazionistico di una certa portata per cambiare le stime dei singoli membri del comitato.
Il mercato dei tassi oggi assegna il 63% di probabilità a un rialzo Fed. Il numero stride con il sondaggio di Bloomberg: 68 economisti su 76 interpellati si aspettano invece che i tassi restino fermi. La distanza tra le due letture è ampia. Non capita spesso di vederla così marcata a pochi giorni da una riunione. Chi guarda solo la media dei previsori rischia quindi di farsi trovare impreparato se il board seguisse il mercato invece degli economisti.
I precedenti però non giocano a favore degli economisti. Quando le scommesse sui tassi hanno superato la soglia del 50% di probabilità immediatamente prima di un meeting Fed, la banca centrale ha quasi sempre finito per seguire il mercato, non i previsori. A complicare la lettura c’è il cambio al vertice: da quando Kevin Warsh guida la Fed, l’istituto ha ridotto le indicazioni preventive sulle prossime mosse. Con meno segnali espliciti tra una riunione e l’altra, ogni singolo dato macro pesa di più sul prezzo dell’oro nel breve termine.
Per chi ha oro in portafoglio, o lo sta valutando come copertura, i prossimi giorni contano più di un mese intero di grafici. Un dato sull’inflazione sopra le attese rafforzerebbe l’ipotesi di un rialzo dei tassi e, storicamente, pesa sul prezzo del metallo giallo nel breve periodo, perché rende più attraenti gli strumenti che un rendimento lo pagano davvero. Un dato in linea o sotto le attese lascerebbe invece spazio al nuovo tentativo sui 4.500 dollari di cui parla Pepperstone. Vale la stessa logica per chi ha un ETF sull’oro in portafoglio: la prossima settimana conta più delle ultime quattro.
Dati e dichiarazioni riportati da Borse.it nell’aggiornamento sui mercati dell’8 settembre 2026.