L’oro ha raggiunto 4.600 dollari l’oncia nella seduta di venerdì scorso, il livello più alto da metà maggio. Il rialzo ha spinto anche i future sul metallo, arrivati vicino a 4.650 dollari, e ha riacceso la domanda su quanto possa ancora salire la quotazione.
Nigam Arora, fondatore della società di newsletter finanziarie Arora Report, individua nella domanda dei risparmiatori cinesi il motore principale del rialzo recente, più di inflazione, dollaro o rischio geopolitico. Secondo Arora, dietro agli acquisti c’è la stretta di Pechino sui movimenti di capitale verso l’estero: con il denaro sempre più difficile da spostare oltreconfine, il metallo diventa lo strumento scelto dai risparmiatori cinesi per proteggere il proprio patrimonio.
L’esperto guarda anche all’India, tra i maggiori importatori mondiali di oro, dove il rincaro del greggio dovuto al conflitto con Teheran mette sotto pressione le riserve valutarie e potrebbe spingere il governo a intervenire sui dazi sull’importazione del metallo. Sul fronte opposto, se i governi del Golfo riducessero le cessioni di oro usate finora per pagare le spese militari, l’offerta si restringerebbe e i prezzi ne trarrebbero sostegno.
Nel medio periodo, per Arora il rischio più concreto non è una Fed più accomodante, già scontata dal mercato, ma l’opposto: se il presidente Kevin Warsh dovesse mantenere i tassi fermi oltre le attese, o decidesse di alzarli, l’oro perderebbe terreno. È uno scenario che i prezzi attuali non riflettono a sufficienza, sostiene l’analista, che resta comunque orientato al rialzo.
Per Mamadou Kwidjim Toure, fondatore di Ubuntu Tribe, il metallo resta interessante ma dopo il balzo sopra 4.300 dollari delle ultime settimane conviene evitare di rincorrerlo. Il suo intervallo per il breve termine va da 4.250 a 4.600 dollari, con 5.000 dollari come traguardo possibile nei prossimi sei-dodici mesi e 5.500 dollari nell’arco di due o tre anni, sempre che le banche centrali continuino ad accumulare riserve.
Brett Elliott, che dirige il marketing di APMEX, vede in area 4.000 dollari un supporto tenuto per tre mesi, agosto, luglio e giugno. Se quel pavimento regge, stima un ritorno tra 4.500 e 4.900 dollari entro fine anno. Elliott lega la sua view rialzista anche ai conti pubblici americani, sostenuti da una spesa che definisce strutturalmente superiore alle entrate.
Eugenia Mykuliak, a capo di B2PRIME Group, segnala invece il rischio opposto. Il CPI americano è salito a luglio, il Brent viaggia vicino a 90 dollari al barile e lo stretto di Hormuz resta un fronte instabile. Se l’inflazione si rivelasse più persistente del previsto, gli investitori potrebbero scommettere su un aumento del costo del denaro già a settembre, con i rendimenti dei bond governativi americani e un dollaro più forte a pesare sul metallo prezioso.
Philip van den Berge, alla guida della piattaforma di analisi azionaria Intrinsiqq, guarda invece lontano: nei prossimi due-tre anni non esclude un prezzo tra 6.000 e 7.000 dollari, legato all’aumento del debito pubblico nei Paesi occidentali. La principale minaccia a questo scenario, per lui, sarebbe un salto di produttività trainato dall’automazione e dall’intelligenza artificiale: se riducesse i costi senza spingere l’inflazione, le banche centrali potrebbero lasciare i tassi fermi e il capitale tornerebbe verso azioni e obbligazioni societarie.
Chi ha oro in portafoglio o valuta di aggiungerne dovrebbe guardare due soli indicatori nelle prossime settimane: i dati sui flussi dalla Cina e le prime dichiarazioni pubbliche di Kevin Warsh da presidente della Fed. Sono quelli, più del prezzo del momento, a stabilire se 4.600 dollari diventa un nuovo pavimento o resta un massimo temporaneo.
Previsioni e dichiarazioni raccolte da Money.it in un articolo di Laura Naka Antonelli pubblicato domenica 23 agosto 2026.