Chi ha in portafoglio solo Btp prima o poi si pone una domanda semplice: conviene guardare anche ad altri emittenti sovrani europei? Giovedì 24 settembre, sui titoli decennali denominati in euro, le differenze di rendimento tra Paesi erano già ben visibili, e ognuna racconta un rischio diverso.

Il Bund tedesco con scadenza 2036 rendeva il 3,51% a un prezzo di 95,71, il livello più basso della tabella grazie al rating AAA riconosciuto da tutte le agenzie. Il Btp italiano 4% con scadenza ottobre 2036, prezzato a 96,35, offriva invece il 4,5%: quasi un punto pieno sopra il Bund, coerente con un rating BBB+ ancora lontano dalla tripla A ma con outlook positivo assegnato da S&P.

Tra questi due estremi si collocano Spagna e Portogallo. L’obbligación spagnola pagava il 4,02%, il titolo portoghese il 3,92%: entrambe restano sopra la soglia psicologica del 4% o appena sotto, con rating A e A- rispettivamente, un gradino sopra quello italiano.

Il caso più istruttivo è la Francia. L’Oat con scadenza novembre 2036 rendeva il 4,62%, più del Btp italiano, nonostante un rating A+ tuttora superiore a quello di Roma. La spiegazione sta nella direzione, non nel livello: S&P ha tagliato il giudizio francese da AA- ad A+ dopo le tensioni sui conti pubblici, mentre a gennaio l’agenzia aveva alzato le prospettive sul debito italiano. Il mercato prezza dove un Paese sta andando, non solo dove si trova oggi, ed è per questo che un rating ancora migliore può convivere con un rendimento peggiore.

Mettendo ogni titolo a confronto con il Bund si ottiene una fotografia più netta del rischio: sul debito tedesco il sovrapprezzo è di circa 40 punti base per il Portogallo, 50 per la Spagna, 80 per la Grecia, 100 per l’Italia, 110 per la Francia. Fa eccezione la Romania, il cui eurobond in scadenza a metà 2037 rende il 6,45%, quasi 300 punti sopra la Germania: un divario che il solo rating BBB- non basta a spiegare. Pesano anche l’outlook negativo assegnato a Bucarest da S&P in aprile e un deficit pubblico che la stessa agenzia colloca al 6,5 per cento del prodotto interno lordo per quest’anno, oltre a una scadenza un poco più lunga rispetto agli altri emittenti considerati.

La Polonia offre un profilo diverso: pur restando fuori dall’area euro come Stato, il suo eurobond porta un rating A-, migliore di quello con cui l’Italia viene giudicata, ma uno scarto sul Bund vicino ai 65 punti, quasi identico a quello del Btp.

Un dettaglio pratico riguarda l’accesso. Ognuno di questi titoli, incluso quello rumeno e quello polacco, si scambia anche sul circuito telematico di Borsa Italiana dedicato alle obbligazioni, quindi basta un normale conto titoli aperto in Italia, senza dover aprire un rapporto in valuta straniera. Prima di investire conviene chiedere al proprio intermediario se dispone del documento informativo standard richiesto dalla normativa europea Priips per la vendita ai piccoli risparmiatori, e tenere presente che gli emittenti più piccoli, a partire da quello rumeno, scambiano tipicamente con volumi più bassi di Btp o Bund, quindi con una forbice più larga tra il prezzo a cui si compra e quello a cui si vende.

Chi valuta di aggiungere uno di questi titoli al proprio portafoglio dovrebbe quindi guardare oltre il numero del rendimento e chiedersi cosa lo giustifica: un rischio di credito più alto, come nel caso di Romania e Grecia, o un giudizio sulla traiettoria futura del Paese, come mostra il confronto tra Francia e Italia.

Dati e analisi tratti da un articolo di Flavia Provenzani pubblicato da Money.it giovedì 24 settembre 2026.