Un’analisi di Money.it individua in Nike, Netflix e Ferrari tre titoli quotati sotto il loro valore reale, con un potenziale di rialzo che va dal 20% al 39%. I tre nomi non hanno nulla in comune sul piano industriale: uno sportswear in ristrutturazione, una piattaforma di streaming, un marchio del lusso su quattro ruote. Il filo che li lega è tecnico, non settoriale.
Il rapporto prezzo/utili (il P/E) dice quanto il mercato paga oggi per ogni euro di utile generato da un’azienda. Quando quel numero scende sotto la propria media storica senza un peggioramento equivalente dei conti, tra il prezzo in borsa e il valore dei fondamentali si apre uno scarto. È proprio quello scarto che l’analisi prova a misurare per ciascuno dei tre titoli.
Nike è il caso più netto. Il titolo tratta oggi a un multiplo che va da 19,9 a 20,6 volte gli utili, ben sotto la propria media dell’ultimo quinquennio, ferma fra 25,6 e 30,3 volte, e sotto quella degli ultimi tre anni, di 28,6 volte. Nel maggio 2022 la capitalizzazione valeva 187 miliardi di dollari. Oggi si ferma a circa 63 miliardi, una discesa che il mercato ha interpretato come prova di un declino permanente.
I conti raccontano però un’altra storia. Nell’ultimo trimestre fiscale il margine lordo ha toccato il 49,2%, aiutato anche da crediti tariffari per quasi un miliardo di dollari. La squadra guidata dal CEO Elliott Hill porta avanti un piano di rilancio, chiamato “Win Now”, puntato sulle scarpe da prestazione e sul recupero dei rapporti con i rivenditori: tra questi JD Sports. Se il multiplo tornasse alla media triennale, il valore teorico del titolo salirebbe a circa 58 dollari, il 39% sopra i livelli attuali. Una previsione che vale solo se i margini reggono e il riposizionamento commerciale si conferma sul campo.
Su Netflix il ragionamento cambia registro. Il multiplo forward, intorno a 26 volte gli utili attesi, non segnala di per sé uno sconto. La tesi si costruisce piuttosto sulla leva operativa: ogni abbonato aggiuntivo costa poco da servire, quindi i nuovi ricavi finiscono quasi interamente a margine. Gli iscritti al piano con pubblicità hanno superato quota 94 milioni e rappresentano più di sei nuovi abbonati su dieci nei paesi dove quel piano è disponibile. Quel canale pubblicitario potrebbe arrivare a generare circa 3 miliardi di dollari nel 2026. La proiezione sulla cassa libera annua è salita a 12,5 miliardi di dollari, un livello superiore agli 11 miliardi stimati in precedenza. Nell’ultimo trimestre l’azienda ha destinato 4,7 miliardi di dollari al riacquisto di azioni proprie, la cifra più alta nella sua storia. Un calcolo per flussi di cassa attualizzati colloca il valore equo fra 94 e 97 dollari per azione, a fronte di una quotazione oggi vicina ai 70 dollari. Il differenziale così ottenuto va dal 24% al 38%.
Ferrari è il caso più contro-intuitivo dei tre. Chi la valuta con i multipli tipici dell’industria automobilistica arriva a un fair value di appena 123 dollari, meno della metà del prezzo corrente di 338 dollari. Il problema sta nel metro di paragone usato: Ferrari ha un margine operativo strutturale dal 29,5% in su, un livello da casa di lusso, non da costruttore di auto di massa. Gli ordini già confermati bastano a saturare le linee fino al termine del 2027. Le serie limitate, la hypercar F80 fra queste, spingono il prezzo medio per vettura ben oltre quello di un modello di serie. Il bersaglio medio fissato da sedici broker si ferma a 469 dollari. UBS si spinge fino a 483, JPMorgan si ferma più in basso, a 447. La pressione recente sul titolo, legata a dazi al 25% imposti dagli Stati Uniti sulle importazioni di auto, riguarda una variabile temporanea più che i conti dell’azienda, viste liste d’attesa pluriennali per un prodotto a domanda storicamente rigida.
Il prezzo di borsa segue spesso l’umore del momento. Il valore dei fondamentali si muove più lentamente. Lo scarto fra i due può restringersi tanto quanto allargarsi ancora prima di chiudersi, e nessuna delle tre tesi si materializza da sola. Per Nike serve la conferma dei margini nei prossimi trimestri, per Netflix che la raccolta pubblicitaria continui a crescere agli stessi ritmi, per Ferrari che i dazi restino un episodio isolato e non diventino una condizione permanente.
Chi valuta di comprare uno di questi tre titoli farebbe bene a guardare ai risultati trimestrali dei prossimi sei mesi più che allo sconto calcolato oggi: è lì che si vedrà se il divario tra prezzo e valore si chiude davvero o si allarga ancora.
Dati ed elaborazioni riportati da Money.it in un’analisi firmata da Tommaso Scarpellini e pubblicata il 6 agosto 2026.