Nel 2025 erano Neet il 13,3% dei giovani italiani da 15 a 29 anni, contro il 25,7% di dieci anni prima. La quota è quasi dimezzata, ma corrisponde ancora a circa 1,2 milioni di persone. Sono i dati di una ricerca presentata a Milano da Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e la scuola di giornalismo intitolata a Walter Tobagi, riportati da Il Sole 24 Ore venerdì 2 ottobre.
Il miglioramento non riguarda solo il decennio. Anche rispetto al 2024 la quota è scesa, dal 15,3% al 13,3%. L’Italia resta comunque tra i Paesi europei dove l’incidenza è più alta.
Il costo sociale è di 24 miliardi di euro, ma va letto per quello che è: una stima di Eurofound, la fondazione europea che studia condizioni di vita e di lavoro. Il calcolo somma la produzione che manca e la spesa di welfare. Non è un bilancio contabile, e dipende dalle ipotesi usate per valutare ciò che quei giovani avrebbero prodotto.
Chi sono i Neet? Il genere pesa: tra le donne il tasso è del 14,9%, tra gli uomini dell’11,8%. Il divario cresce nelle fasce d’età più alte e si lega alle responsabilità di cura. Nella fascia più alta, quella dei 25-29enni, la condizione riguarda un ragazzo su cinque.
Il titolo di studio protegge meno del previsto. Tra i diplomati la quota è del 15%, tra i laureati dell’11,1%. La laurea riduce il rischio di poco e non lo cancella.
L’Italia ha anche una particolarità geografica. Nella media europea i Neet sono più numerosi nelle aree rurali (12,2%) che nelle grandi città (10,3%). Da noi è il contrario: le grandi città arrivano al 14,2%, le aree rurali al 12,9% e le periferie al 12,8%.
La famiglia conta. Secondo una ricerca Inapp di giugno, un reddito familiare basso aumenta il rischio, e genitori con un livello di istruzione modesto lo raddoppiano. Genitori divorziati lo alzano del 30%, mentre un passato da disoccupati lo alza del 17%. Sono fattori che spesso si sommano nella stessa storia, e il nodo è meno la povertà che lo scoraggiamento: fatica a decidere, autostima in calo, la sensazione di non andare da nessuna parte.
Dentro la categoria convivono situazioni molto diverse. Il 35% dei Neet è disoccupato. Un altro 33,3% sarebbe disponibile a lavorare ma non cerca attivamente, o non può iniziare subito. Il 31,7% non cerca e non è disponibile, ed è il gruppo dove prevalgono le donne, spesso madri impegnate ad accudire figli e parenti. La ricerca individua sei profili, dai laureati con aspettative alte a chi lavora in nero o in modo precario.
Un limite da tenere presente: i dati sulle politiche arrivano in parte dai promotori. Andrea Forghieri, responsabile sociale di Intesa Sanpaolo, cita “Giovani e Lavoro”, il programma che avrebbe formato circa 6.000 ragazzi con l’80% di occupazione stabile. Il dato è dichiarato dalla banca e non è verificato da terzi.
Per chi ha quasi trent’anni e sta cercando lavoro da mesi, il segnale è doppio: il mercato assorbe più giovani di dieci anni fa, ma il rischio sale proprio vicino ai trent’anni. Conviene non lasciare buchi lunghi nel curriculum e valutare un tirocinio o un corso mirato prima che la ricerca si prolunghi.
Secondo Il Sole 24 Ore, articolo di Cristina Casadei pubblicato venerdì 2 ottobre 2026 sulla ricerca di Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e la scuola Tobagi.