Ericsson e Zte, due colossi mondiali delle infrastrutture per le telecomunicazioni, mettono a rischio 212 posti di lavoro in Italia. Il Sole 24 Ore ha ricostruito le due vertenze, che stanno alzando il livello di allerta in tutto il settore. Non sono tagli già eseguiti: si tratta di procedure di licenziamento aperte, mentre il confronto con i sindacati è ancora in corso.
Ericsson, gruppo svedese, ha aperto la procedura per 131 persone nella sede genovese: sono circa il 40% di chi ci lavora. Zte, il gruppo cinese, coinvolge 81 dipendenti su 177, quindi poco meno della metà. Sommate, le due procedure fanno 212 lavoratori diretti.
La protesta è già arrivata in strada. A Genova i lavoratori si sono presentati davanti al Salone nautico con un cartello che parlava di “naufragio” per Ericsson Italia. Mercoledì 7 ottobre è previsto uno sciopero, mentre lunedì 5 ottobre il ministero delle Imprese ospita il primo tavolo di confronto.
Anche la politica ha preso posizione. Il ministro Adolfo Urso ha invocato rispetto verso il Paese e verso chi ci lavora. Il presidente della Liguria, Marco Bucci, ha dichiarato che non si può accettare l’uscita di un’azienda così importante. La sindaca di Genova, Silvia Salis, denuncia invece un progressivo smantellamento, in atto da anni anche se l’azienda ha incassato fondi pubblici.
Le aziende rispondono con toni più morbidi. Ericsson, interpellata dal Sole 24 Ore, spiega che la scelta rientra nel piano annunciato a livello globale a inizio 2026 per rendere più efficiente la struttura dei costi. Dice di voler proseguire il dialogo con i sindacati e di mantenere in Italia la ricerca e sviluppo, tra Genova, Pagani e Pisa. Le sue risposte non chiariscono quanti dei 131 posti coinvolti riguardino proprio quelle attività.
Zte esclude a sua volta un addio all’Italia. L’azienda sostiene di aver provato diverse soluzioni alternative prima di arrivare ai licenziamenti. Il quadro storico, però, è cambiato parecchio: il Sole 24 Ore ricorda che gli annunci di investimenti miliardari risalgono a un’altra epoca, quando gli occupati nel Paese erano il doppio di oggi. Ha chiuso anche il polo aquilano dedicato a innovazione e ricerca, lanciato ai tempi dei test con Wind Tre e Open Fiber. Zte afferma che le attività sono state trasferite a Roma e proseguono lì.
I sindacati vedono un rischio più profondo. Temono per Zte un epilogo diverso da quello dichiarato, perché i ricavi italiani di Zte arrivano soprattutto da Wind Tre, mentre Zephiro e Open Fiber pesano molto meno. Una dipendenza così concentrata rende l’attività fragile: se un solo cliente riduce gli ordini, l’impatto sull’organico è immediato.
Il confronto tra le dichiarazioni e i numeri resta il punto debole delle due società. Entrambe parlano di impegno nel Paese, ma entrambe hanno aperto procedure che toccano quasi la metà degli organici italiani. Nessuna delle due ha indicato, nelle risposte riportate, un numero di posti che potrebbe essere salvato.
Per i lavoratori coinvolti e per l’indotto genovese delle telecomunicazioni, l’esito del tavolo di lunedì decide se le procedure si fermano o se si apre una trattativa su alternative. Lo sciopero di mercoledì mostrerà quanto è ampia l’adesione.
Secondo Il Sole 24 Ore, articolo di Andrea Biondi pubblicato venerdì 2 ottobre 2026.