Tack TMI Italy ha chiesto a 1.500 occupati in Italia come stanno sul posto di lavoro, e il 38% ha risposto di non stare bene. La società fa capo a Gi Group Holding e si occupa di formazione. Forbes Italia ha pubblicato i risultati venerdì 2 ottobre 2026, senza indicare quando siano state raccolte le risposte.

Sono percentuali del campione intervistato, non una misura su tutti i lavoratori italiani. Vanno lette così anche le cifre che seguono. Il contesto citato dalla ricerca è quello delle dimissioni, che nel 2025 hanno superato i 2 milioni.

Il malessere sale al 55% degli intervistati nella fascia 35-44 anni, poco più della metà. Secondo l’indagine è l’età di responsabilità crescenti e di una vita privata più difficile da far convivere con il lavoro. C’è anche una differenza di genere: dichiara un benessere buono il 66% degli uomini, contro il 57% delle donne.

Cosa pesa di più? Tra chi sta male, l’ostacolo più indicato è il contributo poco valorizzato (30%), poi la formazione che manca (24%), i carichi di lavoro mal gestiti (23%) e il clima in azienda (20%). Sul fronte opposto, a far stare bene sono soprattutto la stabilità del posto (31%) e i rapporti coi colleghi (39%). Seguono le pause e il tempo per recuperare (26%) e la flessibilità (25%).

Le aziende, stando alle risposte, si muovono poco. Il 22% dice che dove lavora non esiste alcuna misura dedicata, e il 34% giudica scarso il coinvolgimento dei manager. Eppure il 75% ammette che il benessere psicologico incide sulla scelta di un nuovo datore. Il 64% vorrebbe investimenti maggiori e più costanti, anche spostando risorse oggi usate altrove.

Irene Vecchione, amministratrice delegata di Tack TMI Italy, ha dichiarato che il benessere dovrebbe diventare una priorità strategica e che un ambiente giudicato scadente può spingere le persone ad andarsene.

Quanto ai rimedi, il 50% chiede benefit economici. Seguono gli orari flessibili in entrata, in uscita e nei turni (38%) e il lavoro da remoto (36%). Tra chi ha provato queste misure, la più efficace è lo smart working (62%), davanti alla flessibilità oraria (49%), alle pause garantite (42%) e al diritto alla disconnessione (41%).

C’è un ultimo punto da pesare. La parte finale dell’indagine lega il clima positivo alle soft skill: saper lavorare in squadra (32%), comunicare bene (27%) e curare i rapporti interpersonali (24%). Il messaggio è coerente con l’attività di chi ha promosso la ricerca, cioè la formazione. I dati non dicono se queste competenze abbiano causato il benessere o ne siano soltanto l’effetto.

Se stai valutando un nuovo impiego, porta queste voci al colloquio: chiedi quali misure esistono, quanta flessibilità è prevista e come lavorano i manager.

Forbes Italia, articolo di Giulia Zamponi del 2 ottobre 2026 sulla ricerca di Tack TMI Italy.