Chi rassegna le dimissioni perde di regola il diritto alla Naspi, l’indennità di disoccupazione erogata dall’Inps. Esiste però un’eccezione precisa: quando lasciare il lavoro non è una scelta libera ma la conseguenza di una violazione grave commessa dal datore di lavoro, si configura una dimissione per giusta causa e la Naspi resta accessibile comunque.
La ragione è semplice: il sussidio copre chi perde l’occupazione senza volerlo, non chi decide di andarsene. Quando la permanenza in azienda diventa impossibile per una colpa altrui, l’Inps tratta comunque la cessazione come involontaria, anche se sulla carta a firmare le dimissioni è il lavoratore. In questi casi il dipendente può interrompere subito il rapporto. Niente preavviso da rispettare.
Non basta però invocare un disagio generico. Lo ricorda una guida di Money.it, che richiama il criterio fissato dall’Inps in una circolare di ottobre 2003. Ci vuole un comportamento del datore così grave da impedire, anche solo per un tempo limitato, la prosecuzione del rapporto lavorativo.
Tra le situazioni che di solito reggono davanti all’istituto ci sono: stipendi non pagati o versati con ritardi ripetuti, contributi previdenziali mai versati, un demansionamento che svuota concretamente il ruolo. Rientrano anche condotte lesive della dignità personale, molestie sul luogo di lavoro, richieste di eseguire compiti illegali e modifiche unilaterali pesanti delle condizioni contrattuali.
Avere uno di questi motivi non basta da solo. Bisogna poterlo dimostrare, perché l’azienda può contestare le dimissioni e reclamare quanto dovuto per il mancato preavviso. Conservare email, buste paga arretrate, testimonianze o segnalazioni fatte in precedenza diventa decisivo prima ancora di presentare la domanda.
La procedura per chiedere la Naspi resta quella ordinaria, ma con un passaggio che non ammette errori. La comunicazione di dimissioni si invia online, sul portale ClicLavoro, entrando con lo Spid o con la carta d’identità elettronica; in alternativa si può passare da un patronato o da un sindacato, che gestiscono l’invio al posto del lavoratore.
Nella comunicazione non è richiesto spiegare per esteso ogni singolo episodio che ha portato alla rottura: basta indicare la causale corretta. Occorre però selezionare esattamente la voce dedicata alla giusta causa: scegliere quella sbagliata rischia di far perdere il diritto al sussidio, e correggere la causale dopo l’invio è complicato.
Conviene agire in fretta rispetto all’episodio contestato: più tempo passa tra il comportamento del datore e le dimissioni, più diventa difficile collegare i due eventi davanti a un’eventuale verifica. Un patronato o un sindacato possono aiutare a mettere in fila la documentazione prima di procedere.
Chi sta valutando dimissioni per una situazione di questo tipo dovrebbe raccogliere prove concrete prima di firmare qualsiasi comunicazione, non dopo. Conviene farsi assistere da un patronato nella settimana precedente all’invio: una causale sbagliata nel portale ClicLavoro può costare mesi di sussidio.
Secondo la guida pubblicata da Money.it il 29 luglio 2026, a cura di Simone Micocci.