Le piccole centrali idroelettriche non dovranno più essere messe a gara per rinnovare la concessione. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 3 settembre, come riporta Il Sole 24 Ore. Per chi gestisce questi impianti cambia una cosa decisiva: ora sa se potrà tenerli abbastanza a lungo da recuperare ciò che investe.

Il ragionamento dei giudici parte dalla direttiva Bolkestein, quella sui servizi nel mercato interno. Secondo la Corte, non vale per gli impianti il cui scopo principale è produrre elettricità. Tra questi la sentenza cita espressamente le piccole derivazioni idroelettriche, con un tetto di 3.000 kilowatt, calcolati sulla potenza nominale media di un anno.

Il problema delle concessioni ha frenato i capitali sia nei piccoli sia nei grandi impianti. Chi li gestiva non conosceva il destino della propria centrale e rinviava ogni spesa. Per le piccole derivazioni, scrive Il Sole 24 Ore, si apre ora un orizzonte certo, dentro il quale investire e rientrare nel tempo.

A dire che cosa si può ottenere è Paolo Picco, alla guida di Federidroelettrica. L’associazione ha 200 soci e raccoglie un piccolo produttore su cinque, più o meno. Con nuove turbine, generatori e impianti, dice Picco, la producibilità potrebbe crescere tra il 5 e il 10%, usando la stessa acqua che le centrali hanno già a disposizione.

Applicata a tutta la produzione, grandi derivazioni comprese, quella crescita pesa soprattutto al Nord. Le sei regioni settentrionali analizzate coprono circa l’83,5% dell’idroelettrico nazionale. Con lo scenario al 10%, la Lombardia guadagnerebbe fino a 1.353 GWh l’anno e il Trentino-Alto Adige fino a 1.319 GWh.

Il Piemonte produce circa 8.888 GWh l’anno e con lo stesso calcolo guadagnerebbe 889 GWh. È anche l’unica regione con una stima di quanto conti il mini idroelettrico: secondo Picco, oltre un terzo della sua produzione viene dagli impianti piccoli.

Questi numeri vanno letti con cautela, e lo dice la stessa associazione. Sono calcoli basati sul 2024, un anno favorevole dal punto di vista idrologico. Picco li definisce cifre da usare con onestà metodologica. L’anno dopo, per la scarsa piovosità, la produzione nazionale da acqua ha perso più del 21%. Gli ultimi dati di Terna, relativi ai primi otto mesi di quest’anno, segnano un altro calo, del 19% sul 2025.

Ne segue una distinzione utile. La sentenza dà certezza giuridica, ma non porta più pioggia. I gigawattora aggiuntivi sono un potenziale stimato dalla categoria, non una previsione di produzione, e dipendono da quanto sarà generosa l’annata.

Resta aperto anche il fronte politico. Picco sostiene che rinnovi delle concessioni ed efficientamento degli impianti siano temi da discutere con Regioni e Ministero. Quel confronto è il passaggio da seguire nelle prossime settimane: dirà se la certezza giuridica si trasforma in cantieri, e dove.

Articolo di Gianluca Brazzioli pubblicato da Il Sole 24 Ore mercoledì 28 ottobre 2026.