Il gasolio italiano porta il carico fiscale più pesante d’Europa: 1,077 euro al litro tra accise e IVA. Lo indicano i numeri più recenti di Bruxelles, ripresi lunedì 26 ottobre da QuiFinanza. Quelle imposte coprono il 48% di quanto si spende, mentre la media europea si ferma al 39,1%.
Il prezzo medio sulla rete nazionale è di 2,261 euro al litro, il settimo più alto del continente. Costano di più la Finlandia, la Danimarca, i Paesi Bassi, il Belgio, la Francia e la Germania. In autostrada il diesel sale a 2,302 euro, la benzina a 2,042.
Togliere le tasse cambia la classifica. Senza imposte il diesel italiano costerebbe 1,166 euro al litro, un valore che lo porta verso il fondo della graduatoria. Malta resterebbe il Paese più economico, con 0,55 euro, ma lì vale un regime speciale. Il confronto dice una cosa precisa: il costo industriale del carburante in Italia non è tra i più alti, lo è il fisco.
Il divario con gli altri Paesi si vede bene nei numeri. La zona euro ha in media 85,6 centesimi di tasse per litro, con un distacco di circa 22 centesimi dall’Italia. Dopo il nostro Paese, la quota più alta di imposte la hanno la Danimarca con 1,070 euro, la Finlandia con 1,024, il Belgio con 1,008 e la Francia con 0,998. All’estremo opposto ci sono la Polonia con 45,6 centesimi e la Spagna con 50,7.
Il caso spagnolo è il più istruttivo. Alla pompa spagnola il diesel costa 1,888 euro al litro. Da noi, nelle ultime settimane, il prezzo medio gira intorno a 2,244. Senza imposte, però, la situazione si ribalta: 1,382 euro per gli spagnoli, 1,166 per noi. A pesare sul conto della pompa è quindi la parte fiscale, non il carburante in sé.
Il prezzo esposto alla pompa nasce da tre voci. La prima è il prezzo industriale, che somma il costo del prodotto (legato al greggio e al cambio euro-dollaro), la logistica e il margine del distributore. La seconda è l’accisa, un importo fisso per litro stabilito dalla legge. La terza è l’IVA al 22%, calcolata sull’intero importo, accisa compresa.
Dentro l’accisa si sentono spesso nominare le 19 voci storiche, dalla guerra d’Etiopia all’alluvione di Firenze fino al terremoto dell’Irpinia. Alcune sono state revocate da quasi un secolo, altre sono confluite nel Testo Unico delle Accise e oggi non compaiono più come righe separate. Hanno però contribuito a far salire l’aliquota complessiva anche il Vajont, il Belice, il sisma emiliano del 2012, la missione in Libano e il decreto Salva Italia.
Il quadro si complica per il petrolio. Dall’esplosione della crisi di Hormuz, a febbraio, il greggio è rincarato di circa due terzi, il 66% circa. Il legame con benzina e diesel non è uno a uno, ma spinge il prezzo verso l’alto. Prima il taglio delle accise e poi il tetto ai prezzi, voluti dal governo Meloni, avevano tenuto i listini intorno ai due euro.
Per chi fa il pieno, la lettura utile è questa: finché pesa il fisco, un ribasso del greggio si rifletterà sulla pompa solo in parte. Conviene guardare le prossime mosse del governo su accise e tetto ai prezzi più dei listini del petrolio.
Secondo QuiFinanza, in un articolo di Giorgia Bonamoneta pubblicato lunedì 26 ottobre 2026 sui dati della Commissione europea.