Il gas europeo è tornato ai prezzi del 2022. Lunedì 26 ottobre l’indice TTF di Amsterdam, il riferimento per il mercato del gas in Europa, ha toccato 97,29 euro al megawattora, per poi chiudere la sera a 95,81, il 2,13% in più rispetto al giorno prima. Livelli simili non si vedevano dallo scoppio della guerra in Ucraina, secondo quanto riporta QuiFinanza.

Il petrolio, intanto, ha preso la direzione opposta. Il Brent ha perso l’1,2% chiudendo a 115 dollari il barile; il WTI è calato dell’1,85%, a 101,36 dollari.

Tre fattori spingono il gas. Le scorte si stanno ricostituendo in ritardo, l’inverno è vicino e pesa l’incertezza geopolitica, a partire dalla possibilità di nuovi attacchi americani all’Iran. Lo Stretto di Hormuz resta un collo di bottiglia per il transito di petrolio e gas diretti in Europa e in Asia. In più il Qatar, tra i maggiori venditori di Gnl (gas naturale liquefatto) al mondo, ha ridotto la produzione e si rifornisce di più sul Gnl statunitense.

Il conto per l’Europa è salato. Solo sugli acquisti di Gnl, in gran parte americano, le bollette europee pagano 12 miliardi di euro circa in più, anche se i volumi comprati sono scesi di 24 milioni di tonnellate. Il motivo sta nell’esposizione al mercato spot, dove il prezzo cambia ogni giorno.

Il Messaggero, nella sua analisi ripresa da QuiFinanza, spiega il meccanismo: da otto mesi l’Europa acquista Gnl dagli Stati Uniti ai prezzi del giorno del TTF, mentre sul mercato americano lo stesso gas vale l’equivalente di 8 euro per megawattora. In un anno il gas europeo ha triplicato il suo prezzo (+200%). Circa il 65% del Gnl che l’Europa compra passa dallo spot, e un quarto dei contratti di lungo periodo è legato agli indici di prezzo del gas.

Sugli stoccaggi la fotografia è a due velocità. Il riempimento medio dell’Unione europea sta sotto il 75%, il livello più basso dal 2009. L’Italia fa meglio: i suoi depositi sono pieni al 90%.

Il dato conta per la prossima data in agenda. Giovedì 29 ottobre potrebbe aprirsi la discussione su una riduzione obbligatoria dei consumi di gas, ma solo se la situazione peggiorasse. Per QuiFinanza peggiorare significa temperature sotto la media, con più riscaldamento acceso. Nello scenario peggiore l’Unione si troverebbe con un’offerta inferiore alla domanda del 12-15%.

L’inverno potrebbe invece risultare più mite del solito, e in quel caso servirebbe meno gas da comprare. Nessuna delle due ipotesi è confermata: dipende dal meteo delle prossime settimane.

Per chi legge, il segnale da seguire è la data di giovedì 29 ottobre e l’andamento delle temperature: da lì dipende se i tagli ai consumi restano un’ipotesi o diventano una misura.

Secondo QuiFinanza, in un articolo di Giorgia Bonamoneta pubblicato martedì 27 ottobre 2026, che richiama l’analisi del Messaggero.