Il 3 novembre gli americani votano per il rinnovo del Congresso, l’appuntamento di midterm che deciderà quanto spazio avrà l’amministrazione Trump per far approvare le sue priorità economiche. Per i mercati la domanda centrale è se i Repubblicani terranno entrambe le Camere o se i Democratici ne conquisteranno almeno una. Lo riporta Wall Street Italia, che ha raccolto le analisi di T. Rowe Price sul voto in arrivo.

Un Congresso spaccato, secondo Gil Fortgang, analista di Washington per T. Rowe Price, spingerebbe la Casa Bianca a cercare più spesso accordi bipartisan. Il lavoro legislativo si concentrerebbe su leggi di bilancio essenziali e su proroghe tecniche, non su riforme ampie. Fortgang segnala che un esecutivo diviso tende a rallentare l’iter delle leggi e a favorire intese di breve respiro piuttosto che soluzioni strutturali.

Il nodo più delicato riguarda il tetto al debito federale, oggi poco sopra i 41mila miliardi di dollari e destinato a essere raggiunto nel 2027. Alzarlo o sospenderlo richiede il via libera del Parlamento: se il voto di novembre produce due maggioranze diverse tra Camera e Senato, trattare quella soglia diventa più complicato e i tempi si allungano. Settimane di trattative su un tema così sensibile sarebbero lette dai mercati come incertezza pura, a prescindere da come si concludessero.

Non tutto passa dal voto di novembre. Buona parte delle priorità dell’amministrazione, dal commercio alla politica estera fino alla deregolamentazione, viaggia già attraverso decreti che non hanno bisogno del sì del Congresso: per questo Fortgang si aspetta che quella parte dell’agenda proceda comunque, indipendentemente da chi controllerà le Camere. L’intelligenza artificiale entra invece per la prima volta con peso proprio in questa tornata. I nuovi data center, con quanto pesano su risorse idriche ed energetiche, sono già oggetto di norme locali imposte dai governatori di Texas e Pennsylvania, entrambi in cerca di rielezione, che hanno limitato i progetti più speculativi. Il risultato di novembre, spiega Fortgang, darebbe una prima misura di quanto sostegno politico esista per regole più severe sul settore.

Sul fronte valutario e obbligazionario, Tim Murray, stratega dei mercati di capitale per la stessa società, ritiene che un Congresso diviso ridurrebbe la probabilità di svolte legislative ampie e, con essa, il rischio politico che negli ultimi mesi ha spinto in alto i rendimenti dei titoli di Stato americani con scadenze più lunghe. In quello scenario il dollaro troverebbe sostegno, mentre l’oro e gli altri beni rifugio perderebbero parte del loro appeal. Murray avverte però che i rendimenti lunghi potrebbero restare comunque elevati, sostenuti da un’inflazione che fatica a tornare all’obiettivo e da un deficit federale che continua a richiedere nuove emissioni di debito. Se invece i Repubblicani vincessero nettamente su entrambi i fronti, l’effetto sul cambio andrebbe in direzione opposta: secondo Murray il dollaro ne risentirebbe, e i rendimenti potrebbero salire ulteriormente se il mercato leggesse quel voto come un via libera a politiche fiscali più espansive.

Anche la Borsa dipenderebbe meno dal partito che vince e più da chi, dentro quel partito, arriverebbe al Congresso: un’ala democratica orientata su patrimoniali e redistribuzione cambierebbe le attese degli investitori in modo diverso rispetto a una maggioranza più moderata.

Chi ha esposizione al dollaro o ai Treasury americani farà bene a seguire da qui a novembre i sondaggi sulle singole circoscrizioni più che il verdetto nazionale complessivo: è lì che si capirà, una volta chiuse le urne, quale scenario prende davvero forma sui mercati.

Secondo quanto riportato da Wall Street Italia giovedì 17 settembre, sulla base delle analisi di T. Rowe Price.