Il prezzo dell’oro è sceso martedì 22 settembre, scivolando in una forbice compresa fra i 4.320 e i 4.350 dollari l’oncia e cancellando buona parte del rimbalzo maturato nelle ore precedenti. A pesare sono state le parole di due banchieri centrali americani, che hanno riportato in primo piano l’ipotesi di un nuovo aumento dei tassi entro dicembre.
Alberto Musalem guida la sede di St. Louis della Federal Reserve, e in un’intervista concessa lunedì a Reuters ha sostenuto che i rischi sui prezzi restano elevati: a tenerli alti concorrono sia una domanda che non rallenta sia spinte che tornano a intervalli dal fronte dell’offerta. Secondo il banchiere, il costo del denaro fissato ora fra il 3,75 e il 4%, dopo l’aumento della settimana scorsa, resta comunque su un binario permissivo: meglio quindi stringere per gradi e con anticipo che rimandare e poi muoversi in modo brusco.
A Boston siede invece Susan Collins, che martedì ha rincarato la dose: i passi avanti sull’inflazione che si attendeva non si sono materializzati. Collins appoggia la stretta di un quarto di punto varata di recente e si aspetta un altro giro di vite entro la chiusura del 2026, con uno stop soltanto l’anno dopo.
Le due dichiarazioni confermano la direzione già indicata dalle proiezioni diffuse dalla banca centrale al termine dell’incontro di metà settembre, quando era emerso che almeno un’altra stretta è nei piani per l’anno in corso. Sullo sfondo pesa l’indice Pce, che a luglio è arrivato al 3,7% su base tendenziale, contro il 2,3% dell’aprile 2025. Il Dollar Index resta appena sopra quota 100, non lontano dai picchi della scorsa settimana, e il decennale americano rende oltre il 4,9%: due segnali che scoraggiano un rifugio come l’oro, incapace per natura di staccare cedole.
Il ribasso di martedì è solo l’ultima tappa di una discesa avviata a gennaio. Il 28 di quel mese il metallo aveva toccato il proprio picco storico, fra i 5.590 e i 5.610 dollari l’oncia, spinto da mesi di acquisti delle banche centrali e da un clima geopolitico teso. Da allora ha lasciato sul terreno quasi un quarto del proprio valore: contano sia la svolta impressa da Kevin Warsh alla guida della Fed, passata dall’orizzonte dei tagli a quello dei rialzi, sia il primo disgelo fra Washington e Teheran che a inizio anno aveva fatto scendere la richiesta di protezioni contro il rischio geopolitico. Malgrado la frenata recente, rispetto a dodici mesi fa il metallo segna comunque un progresso del 15,2%.
Sul fronte tecnico, l’analista di TD Securities Ryan McKay individua un pavimento importante nell’area 4.300-4.320, lo stesso livello segnato dalla media mobile calcolata sulle ultime cento sedute, mentre la resistenza successiva sta poco più su, fra i 4.395 e i 4.410 dollari. Un affondo oltre quota 4.400 aprirebbe la porta verso l’area 4.500-4.540. Due incognite restano aperte: da un lato l’esito del confronto diplomatico fra Washington e Teheran, con l’Iran che minaccia una risposta dura e gli Stati Uniti che dal 23 settembre tolgono ai vettori iraniani i collegamenti aerei internazionali; dall’altro il calendario delle prossime mosse della banca centrale americana, legato ai dati in arrivo più che a un percorso già scritto.
Chi tiene in portafoglio oro fisico o un ETF sul metallo farebbe bene a tenere d’occhio il Dollar Index e il rendimento del decennale, non solo il prezzo del giorno: sono quei due indicatori a dire se il pavimento intorno ai 4.300 dollari regge o se la correzione partita a gennaio ha ancora margine.
Dati e dichiarazioni riportati da Money.it nell’edizione di martedì 22 settembre 2026.